Buon riposo, con abbraccio

Sette mesi fa veniva a mancare all’improvviso e troppo presto un mio caro amico montanaro.

Il giorno prima ridevamo insieme e il mattino dopo non c’era più.

Ricorderò per sempre quel mattino e il risveglio al rumore di un elicottero che volava basso sopra la baita. Non era il solito elicottero, che da giorni sorvolava fastidioso l’area per delle riprese cinematografiche, questa volta il suono era più cupo, più potente.

Ricorderò per sempre anche il sogno da cui quel rumore mi strappò e che solo a posteriori ho voluto immaginare come il nostro ultimo saluto.

Era quasi l’imbrunire e, come spesso facevo nella realtà, ero salita verso la baita del mio amico per due chiacchiere seduti sulla soglia. Arrivata alla baita avevo bussato alla porta accostata, non c’era nessuno. Entrai e vidi il suo nido di pietra in cui tutto parlava di lui. I campanacci di cui andava orgoglioso, raccolti in tante Batailles des Reines e appesi in bella mostra sul muro, la stufa in ghisa accesa, il letto, un materasso buttato su una semplice rete con sopra una coperta a quadri. Fui invasa da un senso di ansia non trovandolo, iniziai a chiamarlo, uscii dalla baita e girai attorno alla costruzione andando sul retro. Fu allora che lo vidi lì, sopra un’altura, che non ricordavo così pronunciata. Mi stava dando le spalle, lo sguardo rivolto verso le cime lontane, nere sullo sfondo pastello di un cielo che dai toni del giallo e del rosa stava sfumando nel blu. La sua sagoma, se pur illuminata da una luce fioca, era inconfondibile. Se ne stava in piedi, come una roccia, la gamba destra leggermente piegata in avanti, le mani in tasca e l’inseparabile bandana attorno alla testa. Provai sollievo nel vederlo, mi arrampicai per raggiungerlo, mi avvicinai e lo abbracciai da dietro. Lui non disse nulla, non si voltò, rimase fermo finché l’abbraccio non si dissolse nel rumore del rotore dell’elicottero.

Quello che è successo dopo è stato duro da sopportare. Sono stati giorni in cui mi sono sentita totalmente spaesata, il mio mondo si era fermato mentre tutto il resto continuava a girare noncurante. Gli ultimi fieni nei campi, la mungitura delle mucche, il latte da trasportare alla Fromagerie, il bosco che si tingeva d’oro nei primi raggi del sole come ogni mattina.

Razionalmente sapevo che era giusto così, emotivamente ne ero devastata.

Ho provato anche paura, una paura egoista, di chi in quelle montagne, in quei boschi e in quei pascoli ha trovato il suo rifugio, momenti di pace e serenità, che ora temevo venissero oscurati per sempre dal dolore per la perdita di un amico. Ho poi provato una paura ancora più forte, la paura di dimenticare.

Scrive Jón Kalman Stefánsson “Chi muore si trasforma immediatamente in passato. Poco importa quanto era importante, quanta bontà o quanta voglia di vivere avesse, o come sia impensabile l’esistenza senza di lui: la morte dice preso! E la vita svanisce in un secondo e la persona si trasforma in passato. Tutto quello che era legato a lei diventa un ricordo che lotti per conservare, che è un tradimento dimenticare. Eppure lo dimentichi a poco a poco, ma con costanza, e può essere talmente doloroso che fa male al cuore”, e io quel dolore al cuore già lo sentivo tutto.

Ora riesco a scriverne, a parlarne faccio ancora fatica.

Altri hanno già scritto di lui, e per questo lo prendevamo in giro dicendo che ormai era una celebrità da quando era diventato il protagonista del libro Il Ragazzo selvatico di Cognetti, che lui bonariamente canzonava chiamandolo “lo scrittore”.

Anche Giuseppe Mendicino, biografo di Mario Rigoni Stern, ne ha scritto cogliendone, a mio avviso ancora meglio, l’essenza profonda e restituendocela in poche righe “sembra davvero di vederlo Rambo, in cammino sui crinali che dominano il borgo di Estoul: il passo al tempo stesso rapido e pesante, i capelli e gli occhi pieni di sole, il sorriso rude e gentile, l’ironia di chi non si aspetta più nulla dalla vita, ma è felice lo stesso.”

Anch’io, nel mio piccolo, ne ho parlato nel racconto “Baite”.

Solo in questi giorni, però, un libro mi ha donato le parole che da mesi stavo cercando. È stato come sciogliere un nodo che avevo dentro e che nasceva dalla mia difficoltà nel descrivere il Gabriele che io avevo conosciuto e ciò che mi aveva lasciato. Non trovare le parole adeguate era un po’ come far venir meno o sminuire l’esistenza di quello che avevo conosciuto e vissuto.

Inizialmente avevo pensato di riportare gli estratti del testo, modificandoli per evidenziare il parallelo con la mia esperienza, ma poi ho preferito mantenere i brani originali. Il libro è “Attraverso spazi aperti” di Barry Lopez. Nel saggio “Adulti”, presente nella raccolta, Lopez parla di tre persone che hanno lasciato un segno nella sua vita e della loro scomparsa. In particolare, uno di loro, Odey, mi ha trasportato dal West Virginia ad una baita ai margini del bosco di Estoul.

“A settantotto anni suonati era alto più di un metro e novanta, e aveva mani così grandi che per girare una maniglia doveva usare la punta delle dita. Tutti i suoi gesti erano perfettamente commisurati all’entità del lavoro da svolgere – che fosse spaccare la legna o riavvolgere la catenella dell’orologio da taschino. Ogni sera usciva a fare due passi con noi e ogni sera faticavamo a stargli dietro. E lui questo lo sapeva. Il suo fascino era accresciuto dal fatto che di rado faceva di sé il protagonista delle sue storie, una scelta che già allora percepivamo come ammirevole. In quegli anni gli unici a narrarci della sua fenomenale forza fisica e generosità erano altri, amici, vicini di casa con nomi quali Walter Gomito Alto e Charles Lupo di Mare. Ci compiacevamo che quelle persone la pensassero come noi, anche se loro agli occhi di Odey erano altrettanto speciali, una risorsa, degli amici fidati, dei sopravvissuti come lui.

[…]

 Era tradizionalista nella misura in cui in nostra presenza non parlava mai né di religione né di politica. In generale, ciò che ha fatto per noi è stato spingerci con la pura forza dell’esempio a portare rispetto per la gente che sa fare bene qualcosa, e a tenere sempre a mente che ognuno è libero di condurre l’esistenza che crede. Mai vista in lui traccia di amarezza o risentimento. Figurarsi di cattiveria.

[…]

Ho ripensato di frequente al dono che avevamo ricevuto da Odey, a quei giorni vissuti come germogli di salice accanto a quella quercia con le radici infilate in profondità nella terra.

[…]

 In altre parole ci aveva insegnato il valore dell’autosufficienza e della solidarietà, e l’importanza di apprezzare ciò che si ha. E con quel dono ognuno di noi era poi andato per il mondo.

[…]

Per essere uomini che ne avevano passate tante, senza mai un soldo in tasca, senza mai compagnia, erano tutti e tre curiosamente privi di rancore. Di fronte alle avversità li coglieva il desiderio di aiutare, anziché incolpare il prossimo, anche quando l’emergenza era terminata. Se la situazione era grave attingevano a un’inesauribile fonte di sicurezza, come uno che immerge le mani nell’acqua fresca e limpida di un ruscello. E così trovavano di che sorridere – un umorismo malizioso in Odey, ruvido in Bill, laconico in Dave – anche nelle circostanze più disperate. Dovevo parlare con loro. Perché ci sono vite vicine e lontane che si spengono fin troppo in fretta, senza un cenno né una risata.

[…]

Al cuore del mio dolore, della mia rabbia, c’era il pensiero che agli occhi dei più quegli uomini sarebbero apparsi dei falliti. Gli volevo un gran bene, come i giovani ne vogliono ai loro nonni, che siano di sangue o meno; poco prima che morissero mi ero reso conto che qualcosa nelle loro vite era ammantato di un valore eterno, qualcosa di fragile e difficile da estrapolare, come il colore di una pesca. Avrei voluto conservarlo e tramandarlo, e dunque il fatto che non ci fossero più mi pesava e mi confondeva come se mi fosse stato sottratto qualcosa che era mio di diritto. Il silenzio e l’oscurità, che erano stati così essenziali nella loro vita, mi gettavano nella disperazione. Nella morte non riuscivo a lasciarli in pace.”

Ora il nodo si è sciolto.

Come mi scrivevi sempre, “buon riposo con abbraccio”.

C.