«Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?».
La domanda del soldato Giuanin ha assunto nel tempo significati per me sempre più ampi. Quando lessi Il sergente nella neve ai tempi del liceo, ricordo che questa domanda, pronunciata in dialetto nel caposaldo italiano sul Don, mi colpì profondamente, come se racchiudesse, di per sé, l’intero senso del racconto di Rigoni Stern. Allora, ne confinavo però la forza e il significato a quel contesto estremo, la campagna di Russia e la ritirata nel rigido inverno del 1942-1943.
Per più di vent’anni, quelle parole sono rimaste silenti in un angolo cieco della mia memoria, finché una baita a 1.800 metri è entrata a far parte della mia vita. Con queste quattro mura sono arrivate anche nuove persone e nuove storie. Sono storie di partenze da quelle montagne e da quelle baite, talvolta sono storie di fughe compiute con un bagaglio leggero ma carico di speranze per una vita forse migliore.
Tutto è iniziato con l’arrivo delle strade, là dove prima c’erano solo le mulattiere. In molti se ne andarono. Chi è rimasto, e custodisce ancora oggi la memoria di quel periodo, rimpiange il baratto che ne è seguito. Le strade che avevano portato la modernità, nella forma dei primi trattori e dei primi macchinari a motore, avevano chiesto indietro un prezzo assai più alto, portandosi via le persone in un’emorragia di vita.

C’è chi ha superato le Alpi andandosene in Svizzera o in Francia e chi ha attraversato oceani verso l’America o l’Australia, oppure chi si è limitato a scendere in pianura raggiungendo la città, che poi voleva dire Torino o Milano.
Hanno lasciato case scomode, in pietra e legno, con i tetti di beole, senza servizi igienici e acqua corrente. Hanno lasciato le stalle, i fienili, i pascoli e i campi.
In tanti non hanno più calpestato questi luoghi, dimentichi delle loro origini e soddisfatti da ciò che avevano trovato altrove, molti invece hanno lasciato che il loro corpo venisse seppellito in una terra lontana e straniera insieme al desiderio di poter ritornare un giorno “a baita”, in pochi sono rimasti.

Molte valli si sono progressivamente spopolate e sono state riconsegnate al silenzio della natura, che si è ripresa gli spazi e le baite un tempo abitate, inghiottendole in un luogo che non appartiene più all’uomo. Rimangono solo i ruderi di una civiltà ormai sepolta dal passato e gli echi lontani di quei lanci sonori che una volta serpeggiavano tra gli alpeggi. Quel che resta è ora solo di rifugio per qualche selvatico.

Anche chi è rimasto ha spesso cercato di cambiare vita e tante baite sono state lasciate crollare, quasi fossero la memoria visiva di un passato di cui vergognarsi o da cancellare.
C’è anche chi, al contrario, ha deciso di risistemare quelle vecchie mura, per far pace con i propri fantasmi, o chi quelle mura ha deciso di non abbandonarle, se pur piene di spifferi e con un tetto che lascia filtrare la luce della luna, perché sempre meglio questa vita che rinchiudersi in un termitaio di città.

La montagna è un luogo bello e solenne nella sua magnificenza, ma difficile. I pascoli gialli di tarassaco, i pendii bianchi di crochi o le vallette umide e nascoste tappezzate di eriofori fanno spesso cadere nel retaggio romantico del “buon selvaggio” chi è straniero di questi luoghi, ma vivere in montagna vuol dire aggrapparsi con fatica alla terra, alla roccia e alla vita.
Mentre cammino per sentieri nascosti, lungo vecchi muri a secco che portano ad un pugno di baite diroccate, sono sopraffatta dalla bellezza selvatica di questi luoghi e dal conflitto interiore che deriva dal conoscere alcune delle storie difficili che un tempo vi hanno abitato.
In proposito, Robert Macfarlane nel suo libro Luoghi selvaggi: in viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste scrive:«I trascorsi di questi luoghi intorbidano e oscurano la loro attuale condizione di selvaticità; ci mettono in guardia da romanticismo e gaiezza. Chi si trova in questi paesaggi è preda di un dilemma: come è possibile amarli nel presente e al tempo stesso riconoscerne le storie tormentate?».
Macfarlane si riferisce al Nord della Scozia nel periodo delle clearances, quando le Highlands furono sgombrate e gli abitanti allontanati con la violenza o costretti a emigrare. Decine di migliaia di persone vennero obbligate con la forza dal reggimento Black Watch e da squadre armate ad abbandonare le loro case e furono caricate su navi dirette in America, Australia e Nuova Zelanda. L’alternativa all’esilio oltremare era la vita in città industriali come Glasgow, a lavorare come manodopera nelle fabbriche. Le loro fattorie furono sprangate, lasciate crollare e marcire inghiottite dall’edera e dal muschio, le loro terre lasciate alle pecore.
Nel dipinto di David Stratton Watt intitolato After the Highland Clearances si vedono una baita abbandonata e delle pecore che pascolano, un’immagine quasi di idillio pastorale se non se ne conoscesse la genesi e il contesto.

Qui in valle non è venuto nessuno ad estirpare le genti dalla propria terra con la forza, non ci sono state né fattorie incendiate, né ribellioni sedate con la violenza dall’esercito, ma si è insinuata una forza più silenziosa e apparentemente benevola, quella del progresso, che ha fatto nascere il desiderio di avere qualcosa di più, qualcosa di diverso. E così, in molti hanno lasciato le loro baite e hanno barattato la loro libertà con il desiderio.
Non biasimo questa scelta, non potrei mai farlo e non sono neanche contraria al progresso. Il mio pensiero può essere ben rappresentato dalla citazione che ho trovato nella raccolta di scritti di Jhon Muir intitolata Andare in montagna è tornare a casa: «Non cieca opposizione al progresso, ma opposizione a un progresso cieco». Mi limito ad esplorare i segni dell’assenza umana che rimangono nel paesaggio.
Proseguo lungo un sentiero appena visibile, abbozzato sul terreno dal passaggio di camosci e caprioli, ne vedo le impronte impresse sul terreno fangoso come se fossero state lasciate dai timbri degli animali del bosco di mio figlio. Alcune sono impronte grandi e profonde che fanno pensare a un animale non più giovane e indubbiamente pesante, i bordi nitidi rivelano che non andava di fretta e sicuramente si era preso del tempo per alleggerirsi, ne sono la prova dei mucchietti neri con palline che arrivano fino a un centimetro di diametro.
La tarda primavera è il periodo migliore per andare fuori traccia, la neve si è già sciolta sull’ adret e le macchie di ortiche non sono ancora cresciute così tanto da rendere i passaggi impraticabili o costringermi a nuotare a braccia alzate tra foglie e fusti urticanti. Nei punti più stretti, devo appoggiare le mani a terra su ciuffi d’erba verde chiaro che pungono come spilli. I calici bianchi semiaperti di Pulsatilla vernalis spuntano già dal suolo e anticipano la fioritura dell’altro anemone, la Pulsatilla alpina, che a partire da giugno riempie il sottobosco con il suo giallo tenue.

Faccio srotolare lo sguardo verso la gola stretta e buia che scende alla mia sinistra, la pendenza diventa subito così ripida che nasconde alla vista ciò che sta appena sotto: un gruppo di baite affiancate che poggiano arroccate a strapiombo sulla valletta laterale, chiusa a sud da montagne nere e boscose.
Mi lascio scivolare e raggiungo la costruzione più grande. Come le altre, sfrutta la pendenza appoggiandosi al declivio, ma diversamente dalle altre ha qualcosa di signorile. Emerge dal prato, come un nido in pietra e legno, con una finezza ricercata nella cura di alcuni dei dettagli che ancora rimangono. Ha una base in pietra che guarda verso valle, con una porta intagliata e sprangata all’interno dalle travi cadute. Un’unica finestrella, con una cornice in legno e sbarrata da un’inferriata a croce, si apre verso sud. Sbircio all’interno, all’inizio non riesco a vedere nulla, poi gli occhi si abituano all’oscurità. Pagliuzze dorate danzano contro colonne di luce provenienti dall’alto, l’angolo di caduta della luce e l’angolo opposto di pendenza dei travetti crollati si combina a creare una grata a protezione di una vecchia loppa fissata sulla parete di fondo. È un legno scandito da fori realizzati a distanza regolare a cui venivano legate le mucche e sarà lungo almeno sei metri.
Nella penombra scorgo un movimento repentino, un piccolo fantasma sgusciante tra i ruderi, sbatto le palpebre per cercare di vedere meglio, ma non c’è più nulla. Un rumore strisciante mi fa voltare il capo, faccio appena in tempo a vedere una volpe fulva, dalla coda sbuffante con la punta bianca e una macchia terminale nera. Sfreccia lungo la traccia da cui sono arrivata e in cinque secondi è già svanita.
Con il cuore che batte forte giro attorno alla baita e risalgo il terreno, il tarassaco nasconde una vecchia scaletta in pietra che porta a monte, dietro la costruzione, dove un tempo doveva esserci l’ingresso al piano superiore. Di questo livello non rimane più nulla, il tetto è crollato e anche le pareti in legno giacciono sotto una coperta di lose punteggiate da licheni verdi e gialli. Si intravvedono però ancora i pilastri in legno, svasati verso l’alto, che sostenevano il piano sovrastante. Quest’ultimo era sollevato dallo zoccolo in pietra mediante un’intercapedine areata, definita da una serie di strutture a fungo dal gambo in legno e con un cappello piatto in pietra. L’intercapedine, che normalmente aveva un’altezza di circa sessanta centimetri, veniva realizzata per preservare dall’umidità del terreno i locali destinati all’essiccazione e alla conservazione dei fieni o di altre risorse agricole.

Ciò che rimane del corpo superiore lascia intuire pareti in legno di larice o di abete che dovevano provenire sicuramente dai boschi circostanti. Il taglio veniva fatto alla luna buona, ovvero decrescente, e si eseguiva durante gli inverni approfittando della neve per trasportare i tronchi. Analisi dendrocronologiche applicate a edifici presenti in valle, con la data di fine cantiere incisa sui colmi, hanno rivelato che il taglio dei larici o degli abeti solitamente avveniva durante l’autunno o l’inverno precedente la costruzione o al massimo pochi anni prima.
Spesso veniva utilizzato anche materiale di recupero. I ruderi di edifici, che durante l’inverno soccombevano sotto il peso della neve o la forza travolgente delle valanghe, rinascevano in primavera come riserve per materiale da costruzione. Le pietre erano già a portata di mano, già lavorate e pronte ad un uso nuovo. Tutto quello che si poteva recuperare veniva riutilizzato e rimesso in opera. Lo spreco non era tollerato allora come ora.
Mentre per la costruzione del basamento in pietra non erano richieste grandi conoscenze ma semplici nozioni di statica, per la parte superiore in legno occorreva avere una certa dimestichezza con le proprietà fisiche del materiale, conoscere le sue alterazioni in presenza di pesi, sollecitazioni, umidità e variazioni di temperatura. Occorrevano anche abilità nell’intaglio per poter realizzare giunzioni angolari solide, che permettessero di avere i corsi dei tronchi combacianti e le pareti ortogonali chiuse, ma anche incastri a doppia battuta o a coda di rondine e raccordi con chiodi in legno.
Non a caso tutta la valle è stata percorsa da abili carpentieri a partire dal medioevo fino alla metà del Settecento quando l’Editto Reale, emanato il 28 aprile 1757, regolò drasticamente per una generazione il taglio nei boschi della Valle d’Aosta, favorendo il consumo del legname per la metallurgia.
Accarezzo con gli occhi il profilo di quei ruderi fino all’estremità orientale dell’edificio principale, dove è stato aggiunto un piccolo volume in pietra. Ne rimane solo la parete a timpano che appare inclinata e slittata poco più a valle.
Mi ricorda la Jumping Church di Kildemock, nella contea di Louth in Irlanda, il cui frontone ovest sorge spostato di quasi un metro rispetto alle sue stesse fondamenta. Diverse leggende sono nate per spiegare questo fatto insolito e nei secoli sono stati avanzati svariati tentativi di dare una spiegazione razionale all’accaduto, ma ancora oggi rimane un mistero come questo muro possa essersi spostato rimanendo pressoché intatto. La tradizione popolare narra che quando la chiesa era già in rovina, un individuo dalla reputazione inappropriata fu sepolto all’interno del perimetro della chiesa in prossimità del frontone. La struttura ritenendosi oltraggiata, ed essendo evidentemente dotata di poteri soprannaturali, saltò verso l’interno, oltrepassando il cadavere, così che le sue ossa impenitenti rimanessero al di fuori del terreno sacro della chiesa in rovina. Un altro racconto popolare, che ricerca invece una spiegazione più terrena, afferma che il giorno della candelora del 1715 una violenta tempesta fece sollevare e depositare il muro dove si trova ora.

La targa presente sul sito recita: «This wall by its pitch, tilt and position can be seen to have moved three feet from its foundation. Contemporary accounts mention a severe storm in 1715 when the wall was lifted and deposited as it now stands but local tradition states that the wall jumped inwards to exclude the grave of an excommunicated person».
Qui non ci sono state tempeste con tali doti, né sepolture di impenitenti che potessero irritare la sensibilità di vecchi muri, ma solo il lento e inesorabile scorrere del tempo.
Anche qui, però, è possibile percepire qualcosa di trascendente, come se questo semplice mucchio di sassi fosse in realtà la porta per un’altra dimensione, un luogo di mezzo dove scivolare da questo mondo a un altro, da questo tempo a uno più antico.
Quando mi accosto a tali luoghi abbandonati, delle voci fantasma iniziano a rivolgersi a me sussurrando una storia che prende forma mentre cammino tra i ruderi, baita dopo baita, epoca dopo epoca. Sono echi lontani che mi attirano verso questi nidi di pietra e legno, incantandomi e tessendo i loro bisbigli in un racconto frammentato che si costruisce e si frantuma passo dopo passo, pezzo dopo pezzo.
Mi siedo nella curva gentile di un terrazzamento a monte dei ruderi, il pensiero corre al quadro di David Stratton Watt e un desiderio mi travolge come una marea improvvisa: voglio tornare “a baita”.
Clara
Nota: per le informazioni sull’uso del legname ho attinto dal documento “Atti del Convegno di Carcoforo, 27 e 28 settembre 2008. Di legno e pietra. La casa nella montagna valsesiana.”