La vita trascorsa in montagna mi ha permesso di riscoprire il senso del focolare e di rivivere certe tradizioni, che nelle loro origini pagane, parlano della comunione tra l’uomo e il mondo naturale.
In entrambi i casi, è sempre il fuoco a fare da tramite e connessione.
Nella baita al centro del soggiorno c’è un camino di pietra e legno, costruito, così mi hanno detto, da un artigiano del posto. In quel manufatto c’è tutta l’attenzione e la cura per il dettaglio che solo un uomo davvero appassionato per il proprio lavoro può trasmettere.
Me ne sono innamorata a prima vista.

Una delle travi di legno presenta una vecchia incisione con una data in caratteri romani.
Spesso, accarezzandone la superficie scheggiata, mi fermo a fantasticare sulla vita di quell’antico legno. Chissà qual è la sua storia. Magari è stata l’architrave della porta d’ingresso di un alpeggio oppure di qualche baita ormai andata in rovina.
Mi immagino delle mani ruvide, che con orgoglio incidono l’anno di un nuovo inizio.
Sono felice che qui abbia potuto continuare a vivere.
Adesso che siamo in inverno, il fuoco nel camino è sempre accesso, dalla mattina fino a tarda sera, quando illumina con il suo baluginio tremolante le travi del soffitto mentre noi dormiamo cullati nel suo crepitio. A suo modo, è parte della famiglia, una presenza calda e rassicurante.
Mi occupo io della legna per l’accensione. E’ un’attività di cui sono gelosa e che mi regala momenti di libertà e vagabondaggio nel bosco dietro casa. Mio marito mi ha regalato una grossa cesta di vimini con gli spallacci per trasportare i legni. Dopo varie alternative moderne, questa soluzione, antica e tradizionale, è quella che si è rivelata più comoda ed efficace.
Dal bosco ritorno sempre carica sulle spalle, ma leggera nello spirito.

La vita in baita ci ha fatto riscoprire la chiacchiera attorno al fuoco o anche solo la vicinanza silenziosa con una tazza di thè in mano. Sono momenti di pace, serenità e condivisione che in un’atmosfera cittadina, spesso asettica e frettolosa, sono invece più difficili da vivere.
Ho scoperto il fuoco, come elemento di unione e condivisione non solo familiare ma anche con la comunità.
Qui in montagna vi è la tradizione dei fuochi di San Pietro e Paolo.
L’ origine di questa usanza si perde nei secoli. Alcuni la riconducono ad un rito pagano che serviva a purificare il bestiame, altri ad antiche tradizioni legate alle festività per gli equinozi, i solstizi e l’arrivo della primavera.
La notte del 29 giugno, le cime delle montagne si illuminano di tante fiammelle, in uno scenario quasi fantastico, che ricorda l’accensione dei fuochi di segnalazione di Gondor ne “Il Signore degli Anelli”.
Anche vicino alla mia baita si accende il fuoco.
Un fuoco che unisce giovani e anziani, che unisce le speranze di chi ama la propria vita in montagna, anche se dura, e i sogni di chi invece vorrebbe scappare, che unisce chi in quelle terre ci è nato e chi invece quelle terre le ama da straniero, chi parla il patois e chi invece di quella lingua ne comprende solo la musica.
Io amo quel fuoco, quel fuoco che per un attimo ci rende tutti uguali.

A presto,
C.