Il suono e la luce della sveglia riempiono di colpo il silenzio e il buio della camera da letto facendomi sussultare. Li stavo aspettando già da diverse ore ed è quasi un sollievo sapere che è arrivato il momento di alzarsi. Ho dormito poco, le parole caustiche e lapidarie del medico hanno continuato a riaffiorare nella notte e con loro anche il mio senso di colpa: «Doveva venire prima, ora difficilmente potrà tornare a camminare in montagna». Sono trascorsi alcuni mesi da quel giorno, mesi passati tra sedute di fisioterapia settimanale ed esercizi quotidiani, mesi in cui il dolore al piede ha raggiunto picchi che non mi hanno permesso nemmeno di fare qualche passo. Mesi in cui ho scoperto di avere una forza di volontà che non credevo di possedere.
Da alcune settimane ho ripreso a fare brevi escursioni attorno alla baita, spingendomi ogni giorno un po’ più lontano, ma sempre con i sensi allertati, pronta a sentire ricomparire quella fitta che ben conoscevo. Non è più tornata. Oggi sarebbe stato il giorno della verità.
All’inizio del sentiero lastricato estraggo un’ultima volta dallo zaino la guida dedicata al massiccio del Monte Rosa, un piccolo volume, con la copertina di tela, pubblicato nel 1960 e recuperato in ottime condizioni in un negozietto dell’usato, a meno del costo di uno spritz. Il volume appartiene ad una collana di guide storiche, note come “guide grigie” o, più precisamente, Guide dei Monti d’Italia, nate dalla collaborazione editoriale iniziata nel 1908 tra il CAI e il Touring Club Italiano. Sono una pietra miliare nella letteratura alpinistica e descrivono sistematicamente tutti gli itinerari alpinistici e le generalità storiche e ambientali dei rilievi montuosi d’Italia.
Sfoglio con cautela le pagine ingiallite, sottili come carta velina, e inizio a leggere: «È di proprietà della sezione di Torino del CAI, inaugurato nel 1934 e dedicato a Ottorino Mezzalama, pioniere dell’alpinismo invernale in Italia, travolto da una valanga nel 1931 sul ghiacciaio di Malavalle, nelle Alpi Breonie. È una costruzione in legno a doppia parete, costituita da tre locali a piano terreno (cucina – sala – stanza con 4 cuccette) e un locale al primo piano adibito a dormitorio. Nella stagione estiva può ospitare 20-25 persone. È tenuto aperto con custode da metà luglio al 30 settembre; acqua di ghiacciaio a 100 m, illuminazione a candele; materiale di pronto soccorso. Nella stagione invernale e primaverile il rifugio è aperto (senza custode) e attrezzato per ospitare 4-5 persone».
Mi domando cosa rimanga di questa descrizione, quanto sia andato perduto e quanto sia ancora leggibile nelle tracce rimaste e, soprattutto, mi chiedo se il mio piede riuscirà a portarmi lassù.
Ripongo la guida nello zaino e mi accorgo di essere rimasta indietro, mio figlio ha già superato il ponticello di legno sul torrente di Tzére e sta salendo di buon passo lungo il sentiero con suo papà. È emozionato per questa nuova avventura e, come sempre, la sua felicità straripa in un fiume di chiacchiere che investono ininterrottamente chi gli è vicino. Sento la sua voce sbriciolarsi nell’aria eccessivamente calda di metà agosto. Anche questa estate è stata definita la più calda mai registrata, ennesimo record in un susseguirsi di eventi estremi eccezionali che ormai sono trattati come ordinari e vengono sperimentati nel modo più severo da chi è più vulnerabile.
Negli ultimi anni, lo zero termico in estate sulle Alpi ha superato più volte i 5.000 metri d’altitudine e non posso fare a meno di pensare al ghiaccio che si è già sciolto, a quello che si sta sciogliendo, proprio mentre sto camminando, e all’accelerazione con cui questo processo di fusione sta avvenendo. Mi sale un senso di nausea mentre cerco inutilmente di immaginare il futuro di mio figlio in un mondo in via di scioglimento.
È un sollievo entrare nel fresco del bosco in cui si immerge la mulattiera che sale fino alla piccola frazione di Fiery. Il sentiero sfuma in un groviglio di biforcazioni che solcano il terreno come arterie, vene e capillari. Trasportano l’acqua di fusione e la pioggia verso valle mentre in senso opposto conducono il flusso di turisti al Lago Blu, la meta più famosa, inflazionata e affollata presente lungo il percorso. Anche questa mattina il numero di persone che sta salendo in quella direzione è impressionante e riempie l’aria con una cacofonia di voci urlate e musiche che escono metalliche da zaini intonsi e super tecnici.
Continuo a risalire cercando di distrarmi dalla confusione e prestando invece attenzione ai blocchi di serpentinite bluastra e scivolosa sotto i piedi, antica testimonianza della morena lasciata dall’antico ghiacciaio di Verra, che scendeva lungo tutta la vallata.
Poco prima di arrivare al bivio per Fiery, propongo di fare una piccola deviazione fuori traccia. Mentre mio marito mi guarda perplesso, mio figlio sta già seguendo il varco lasciato da qualche selvatico nel sottobosco, con quella luce negli occhi tipica dei grandi esploratori.
Cammino non sapendo esattamente quale sia la direzione giusta, so che la nostra destinazione è da qualche parte a sud-est ma non ho idea di come arrivarci. Cerco di aiutarmi seguendo l’andamento morfologico del terreno e il suono del torrente Verra sottostante. Totalmente concentrata nel prestare attenzione a dove appoggio i piedi, ci metto un po’ a rendermi conto che è bastato allontanarsi di qualche metro dal sentiero per entrare immediatamente in un’altra dimensione, permeata da un silenzio profondo. Solo lo scricchiolio secco dei rami che si spezzano sotto gli scarponi graffia di tanto in tanto l’aria.
Ciuffi di erba olina sbuffano tra i cespugli di rododendro e ginepro, piccoli fiori viola di raponzolo alpino si allungano alla ricerca della luce che filtra tra i larici e le piante di mirtillo nero, burlescamente intrecciate a quelle di falso mirtillo.
«Mamma, è quello?!». Alzo lo sguardo da terra e, proprio lì davanti, in una luce verde brillante e in parte nascosto dietro a quattro tronchi di giovani larici, c’è esattamente quello che stavo cercando.
In bilico sul crinale che dà sul torrente, un enorme masso di serpentinite si staglia inclinato come un tozzo fungo fuori scala. Alla base di questo vi è un cuneo più chiaro di pietra ollare su cui sono riportate alcune incisioni. Non è chiaro cosa queste rappresentino, eccetto quella più a destra, una linea verticale con due punti, che si ipotizza indichi un limite catastale. Altre scritte e figure geometriche sono state scavate nel corso del tempo e sono di difficile interpretazione.
Mio figlio scruta i segni umani sulla pietra con l’attenzione di un archeologo intento a svelare i segreti dell’arte rupestre alpina, a sua volta osservato dal motivo circolare che campeggia come un occhio immobile sul cuneo. L’uomo da sempre ha sentito la necessità di lasciare una propria traccia nel paesaggio, una memoria di pietra che sopravviva nel tempo al suo artefice.
Sono svariate le incisioni che si possono trovare in zona, da quelle scoperte casualmente nel Vallone di Cime Bianche e raffiguranti reticolati geometrici, alle croci balestriformi e stelle a cinque punte, probabilmente di epoca medioevale, rinvenute nel vicino pianoro dei laghi di Resy e aventi valore apotropaico.
Lasciamo questo piccolo angolo segreto e torniamo sui nostri passi, immergendoci nuovamente nel flusso di persone fino a raggiungere il pianoro di Beau Bois (Bel Bosco) in cui sorge un rascard cinquecentesco e la Casa Alpina di Don Bosco, un imponente edificio in pietra che un tempo svolgeva la funzione di albergo.
I turisti ci superano a passo veloce, sembrano essere impermeabili al paesaggio che stanno attraversando e sordi rispetto ai suoni che arrivano dal bosco adiacente. Il mio passo è più lento, devo prestare attenzione al piede, e mi distraggo facilmente ad osservare i numerosi esempi di flora e la fitta biodiversità che si può incontrare, anche solo isolando una piccola fetta della frangia di bosco che arriva fino al sentiero.
Affondo lo sguardo nel sottobosco tra i larici e gli abeti e non posso fare a meno di pensare all’invisibile e misteriosa rete di relazioni che sussistono tra questi esseri viventi, una struttura che l’ecologa Suzanne Simard definì come una «rete sociale sotterranea» e di cui parla nel suo straordinario libro L’Albero Madre.
Nei primi anni Novanta Simard era impegnata nello studio del sottobosco delle foreste temprate della Columbia britannica-occidentale, oggetto in quegli anni di politiche rivolte al profitto. Tali politiche sostenevano una più rapida crescita degli alberi da taglio attraverso l’abbattimento delle latifoglie autoctone, ritenute colpevoli di sottrarre risorse ai pini con i quali convivevano. Simard, attraverso intuizioni, errori e centinaia di sperimentazioni, osservò che la realtà era ben diversa e dimostrò scientificamente, per la prima volta, l’esistenza di un sistema di cooperazione inter-specie fondamentale per la salute e la resilienza delle foreste.
Il sette agosto del 1997, dopo aver combattuto contro lo scetticismo di alcuni esponenti della comunità scientifica ed essere stata più volte ostacolata, Simard vide pubblicate le sue scoperte sulla rivista «Nature».
Il contenuto di quell’articolo fu pionieristico per lo studio scientifico dell’ecologia del sottosuolo e rivoluzionario per le implicazioni che ne derivarono. Il sottosuolo di un bosco venne per la prima volta descritto in funzione della sua capacità di ospitare un’incredibile infrastruttura tecnica di comunicazione e trasferimento di risorse naturali tra le diverse piante. In questa rete di connessioni, i funghi svolgevano un ruolo fondamentale.
Se pur incapaci di svolgere la fotosintesi, i funghi sono infatti rapidissimi a colonizzare il terreno con il loro micelio e da tempi immemorabili hanno stretto un patto con le piante con le quali barattano acqua, minerali e altre sostanze chimiche in cambio di zuccheri e carbonio, frutto della fotosintesi.
Queste sofisticate soluzioni comunicative, invisibili ai nostri occhi, hanno una struttura il cui funzionamento ricorda in qualche modo quello della rete internet. Esistono infatti nodi e “alberi madri” capaci di riconoscere i propri figli genetici anche a grandi distanze e nutrirli usando le ife dei funghi come se fossero dei cordoni ombelicali in cui scorrono acqua, sostanze nutrienti ma anche informazioni chimiche fondamentali per la sopravvivenza, quali messaggi di allarme in caso di attacco di parassiti.
Questa rete mutualistica, ben descritta da Simard nell’articolo, si guadagnò il soprannome, ancora oggi in uso, di «wood wide web».
Mentre continuo lungo il sentiero, mi considero quasi privilegiata per essere venuta a conoscenza di questa realtà invisibile, per poter vedere, anche solo con gli occhi dell’immaginazione, l’enorme complessità che si dirama sotto la superficie su cui sto camminando. Se pur non direttamente connessa al bosco attraverso la rete fungina, non posso non sentirmi anch’io parte di questa esigenza di mutualismo e di simbiosi con il mondo naturale.
Non posso fare a meno di andare oltre quella marcia inesorabile che ci viene imposta dall’esterno e ci spinge a percepire gli alberi solo come materiale da costruzione, legna da ardere o come un ostacolo a nuovi funambolici progetti.
Oggi più che mai l’uomo dovrebbe sforzarsi di tornare a vedere in profondità, ridimensionando il proprio senso di superiorità e tornando a riconoscersi come elemento interconnesso a una rete naturale complessa, da cui dipende la sua stessa esistenza.
Ci siamo allontanati dalle nostre origini, ma è ormai arrivato il momento di ripensare il ruolo che abbiamo come specie in un’ottica sistemica. Iniziare a riconoscere la presenza e l’importanza della vita nel mondo che è altro rispetto a quello umano, recuperare un approccio quasi animista che riconosca e rispetti le esistenze straordinarie delle specie diverse dalla nostra. Non è niente di nuovo, ma dobbiamo rieducarci in tal senso.
Penso a quello che l’etnobotanica Robin Wall Kimmerer scrive nel suo libro illuminante La meravigliosa trama del tutto: «Una specie e una cultura che trattano il mondo naturale con rispetto e reciprocità trasmetteranno i loro geni alle generazioni future con una frequenza maggiore rispetto a un popolo che non se ne cura. Quello in cui sceglieranno di credere plasma i nostri comportamenti e ha conseguenze adattogene». Oltre ad essere una scienziata di grande fama, Kimmerer è anche membro della Nazione Potawatomi, una delle minoranze native della regione nordamericana delle Grandi Pianure e nel suo libro racconta come, accanto a un linguaggio scientifico che definisce i confini della nostra conoscenza, abbia sentito la necessità di accostare la lingua dei suoi antenati, capace di riconoscere la presenza di vita in ciò che è altro rispetto a noi: animali, alberi, ma anche rocce, acque, monti, venti e fuochi.
Vengo strappata da questi pensieri dalla voce di mio figlio che, accovacciato più avanti sul sentiero, si agita facendomi segno di correre da lui. Mi affretto inciampando, con il terrore che si sia fatto male ma, quando lo raggiungo, mi rendo subito conto che il motivo di allarme è un altro. Proprio lì, in mezzo alla mulattiera, sfiorato da indifferenti piedi frettolosi, si trova un piccolo roditore immobile e rannicchiato contro un sasso che sporge dal terreno. È un Quercino. Non ne avevo mai visto uno, essendo un animale dalle abitudini prevalentemente notturne è abbastanza difficile da incontrare. Vive nascosto nel sottobosco, costruendo la sua casa tra cespugli, radici e ceppi di alberi, nutrendosi di bacche, insetti e piccoli invertebrati. Ha una mascherina nera lucente attorno agli occhi che parte dai baffi e gli arriva fin dietro le orecchie, la pelliccia corta e grigio-bruna si confonde con lo sfondo su cui spiccano però quattro zampine rosa e sottili. Come altre specie appartenenti alla famiglia Gliridi, il Quercino è entrato a far parte della nostra fauna nel tardo Pleistocene e alcuni resti fossili fanno risalire l’origine della sua presenza alla fase iniziale del periodo di Würm. Oggi questo piccolo mammifero rientra tra le specie a rischio di estinzione.
Lo guardo meglio senza toccarlo per cercare di capirne le condizioni. Non sembra avere ferite evidenti, ma si muove comunque a fatica ed è chiaro quanto sia terrorizzato. Probabilmente non dovrei intromettermi, tuttavia non riesco a sopportare l’idea che possa morire schiacciato sotto uno scarpone. Prendo un fazzoletto di carta e lo sollevo delicatamente, è evidentemente un cucciolo, non più lungo del mio pollice. Risalgo il pendio boscoso e cerco un luogo riparato dove posarlo, trovo una piccola sporgenza rocciosa che crea una nicchia in penombra e parzialmente nascosta da piante di mirtillo. Lo appoggio lentamente sul morbido letto di aghi di larice, mi sembra il posto migliore da dove possa riprendere il suo destino, qualunque esso sia.

Riprendiamo a camminare. Non so se riuscirò ad arrivare a destinazione, ma ora mi importa meno. Anche dovessi fermarmi prima di aver raggiunto il rifugio, so che il nostro essere lì su quel sentiero in quel preciso momento può aver fatto la differenza per il nostro piccolo fratello, e tanto mi basta.
Raggiungiamo il Pian di Verra Inferiore e lo sguardo ora può spingersi in lontananza verso il Ghiacciaio di Verra, un anfiteatro circolare di un bianco scintillante che spicca contro il cielo azzurro. Riconosco alcune delle cime salite in passato: il Breithorn Orientale, il Breithorn Centrale, il Polluce e il Castore. È stato lassù dove ho provato per la prima volta il brivido dell’altitudine, dove mi sono commossa dinnanzi al fremito di un’alba sul ghiacciaio schiaffeggiata da un vento che toglieva il respiro, dove ho provato il senso del sublime e dove ho superato nuove frontiere da esplorare sia fuori sia dentro di me. Ora ne percepisco ancora il fascino e la forza attrattiva, ma ancor di più ne riconosco la fragilità.
Mentre arriviamo al ponte e al bivio per il Lago Blu, mi sembra incredibile pensare che stiamo camminando lungo il percorso di un ghiacciaio scomparso. La carta topografica del Regno d’Italia del 1884 mostrava, infatti, il fronte glaciale arrivare esattamente fino al punto dove ci troviamo ora a circa 2090 metri di quota.
Uno studio del 2005 condotto dal Dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” dell’Università degli Studi di Milano dal titolo Le variazioni frontali ed areali recenti del Ghiacciaio Grande di Verra aveva già riportato dati drammatici: «Dall’analisi delle variazioni aerali effettuate mediante il confronto di cartografia storica in ambiente GIS è emerso che dalla Piccola Età Glaciale al 2001 la riduzione aerale è stata pari a 3×106 m2 (3 milioni di m2) corrispondenti al 31% della superficie iniziale».
A partire dagli anni Novanta del secolo scorso l’arretramento frontale del ghiacciaio è stato in costante aumento e la rapidità del fenomeno è ritenuta uno degli indicatori più significativi dell’emergenza climatica in atto.
I rilevamenti condotti nel settembre del 2020 e riportati nel Bollettino del Comitato Glaciologico Italiano confermano la criticità della situazione: «Il ghiacciaio appare in regresso e, alla data del sopralluogo, la fusione superficiale è ancora sensibile, con evidenti bédières che solcano la zona frontale. Una bocca glaciale sì è aperta in prossimità della fronte. La lingua appare completamente priva di neve residua».
Là dove a inizio del Novecento c’era ancora il ghiacciaio ora si vede solo un imbuto grigio delimitato dalle morene laterali che si snodano in creste ondulate cariche di detriti. Il sentiero che porta al rifugio si sviluppa proprio lungo la morena laterale orientale.

Il rumore assordante dell’acqua di fusione che scorre impetuosa anticipa la vista del Pian di Verra Superiore. L’acqua è la protagonista del paesaggio che mi trovo di fronte. Più in alto, nastri argentati sfociano invisibili dal ghiacciaio, si tuffano in bianche cascate che ricadono sul pianoro, dove ruscelli di un azzurro lattiginoso serpeggiano tra rocce e detriti color della cenere.
Verde, grigio, bianco, azzurro.
Sono colori apparentemente contrastanti ma che si uniscono in accostamenti meravigliosi e imprevedibili, così come imprevedibili sono le storie che ammantano di un’aura di mistero il toponimo Verra.
Nel 1928 uno dei pionieri della ricerca storiografica, toponomastica e culturale della Val d’Ayas, l’Abbé Louis Bonin, pubblicò un piccolo volume che costituisce uno dei primi esempi di guida turistica della zona e in cui è possibile rintracciare numerose informazioni dal valore storico e storiografico. Proprio in tale opera Bonin scrive che, secondo alcuni studiosi, il termine Verra sia derivato da Guerra, a testimonianza del fatto che questa località un tempo fu teatro di feroci battaglie con gli abitanti del Vallese, che scendevano per frequenti incursioni dai vicini passi di Verra, Jumeaux e St. Théodule. Ipotesi invece più pacifiche propendono per un’assonanza con un cognome, Werra, associato a una località non ben precisata lungo un’antichissima mulattiera che risaliva toccando St. Niklaus e raggiungendo il Colle del Teodulo. Qui si affacciava sul Vallone delle Cime Bianche e costituiva un nodo nevralgico per antichissimi traffici commerciali. Questa via, frequentatissima nel Medio Evo, era definita Twarra, e la famiglia ne prese il nome, mutato con il passare degli anni in d’Warra, dieWerren, Warra. Nel tempo la famiglia acquisì potere e ricchezza con i commerci e servendo, intorno alla metà del XIV secolo, il vescovo di Sion. Raggiunse infine il massimo prestigio con Giovanni III Werra, nominato signore feudale di Zermatt. Il potere dei Werra non era limitato alle terre del Vallese e alla ricca signoria di Zermatt, ma vi furono certamente importanti scambi con la Val d’Ayas nel solco dei flussi migratori che interessarono le Alpi in quei secoli.
La vera origine del toponimo di Verra si è ormai persa nel tempo, ma le varie ipotesi che sono state avanzate fino ad oggi, o che ancora devono essere formulate, sicuramente non possono prescindere dalla ricca storia di questa terra e dalla sua orografia.
Racconto questi aneddoti a mio figlio, mentre ci riposiamo con i piedi affondati nel latte glaciale che scorre rapido e opaco per i fini sedimenti rocciosi in sospensione. Tra le nostre gambe, arrossate per il freddo, scorre la vita. La montagna e i suoi ghiacci sono qualcosa di vivo e portano vita anche lontano, sotto forma di acqua e di quella roccia polverizzata strappata al letto del ghiacciaio, nota anche come “farina glaciale”, che costituisce una fertile fonte di nutrienti fondamentali per le coltivazioni.
Molti dei nostri grandi fiumi nascono da torrenti come questo, alimentati dalla neve e dalla fusione del ghiaccio in alta montagna. Cosa succederà quando il ghiaccio si sarà completamente sciolto? È una domanda a cui non riesco a rispondere in maniera precisa e rigorosa perché, nonostante i vari studi letti, ancora non riesco a prefigurarmi l’impatto devastante che ci sarà e l’effetto domino che coinvolgerà aspetti apparentemente lontani tra loro, ma inevitabilmente interconnessi se pur oggi ancora non ne abbiamo coscienza. Anche se cerchiamo di allontanare queste domande e questi pensieri, ciò non toglie che quello che sta accadendo sia una questione di cruciale importanza nelle nostre regioni, così come in tutte le aree del mondo in cui i ghiacciai si stanno sciogliendo e le comunità sono numerose e vulnerabili
Nell’agosto del 2019 si è tenuto il “funerale” dell’Okjökull, il primo ghiacciaio dell’Islanda andato perduto a causa dei cambiamenti climatici. Una targa commemorativa è stata fissata su un masso, un tempo sepolto negli strati basali del ghiacciaio e l’iscrizione, qui riportata, è un’attestazione di consapevolezza del pericolo senza precedenti in cui ci troviamo e, al contempo, un monito ad agire rapidamente.
Lettera al futuro
Ok è il primo ghiacciaio islandese a perder il suo status di ghiacciaio.
Nei prossimi 200 anni tutti i nostri ghiacciai potrebbero seguire lo stesso percorso.
Questo monumento viene eretto per attestare che sappiamo
cosa sta succedendo e cosa bisogna fare.
Solo voi sapete se l’abbiamo fatto.
Agosto 2019
415 ppm di CO2
Ci lasciamo alle spalle il Pian di Verra Superiore con la sua ragnatela di corsi d’acqua e iniziamo a inerpicarci sul fianco della morena. Salendo è come se l’aria diventasse più trasparente e fungesse da lente di ingrandimento annullando le distanze. Lungo la cresta, che si sviluppa sinuosa come una spina dorsale larga poco più di una trentina di centimetri, sembra quasi di poter toccare il ghiacciaio solo allungando una mano. La strada da percorrere è però ancora lunga e ripida, in particolare la pendenza dell’ultimo tratto è tale da avergli valso il soprannome poco edificante di “ammazza cristiani”.
È proprio mentre sono quasi alla fine di questo tratto che lo percepisco per la prima volta. L’aria vibra, attraversata dall’onda sonora di un boato ovattato. Il mio corpo è scosso, come se un tuono fosse esploso alla mia sinistra, facendomi balzare il cuore in petto. È il rumore del ghiaccio che si stacca.
L’udito arriva prima della vista. Scandaglio con gli occhi il fronte del ghiacciaio che si erge come una cattedrale gotica con tanto di guglie, contrafforti e archi rampanti. Tra due pilastri grigi si sta sollevando una nube bianca che rotola verso il basso inseguendo un pezzo di ghiaccio che si è staccato. Quando la polvere bianca si deposita, rimane in vista un lungo squarcio di un azzurro lucido che spicca tra il ghiaccio sporco. Il taglio brilla colpito dal sole, l’azzurro ha un’intensità profonda, così come profondo è il tempo racchiuso in quegli strati svelati, che vedono la luce per la prima volta dopo migliaia di anni. È questo, dunque, il colore delle ferite di un ghiacciaio: bellissimo e terribile.
Sento le gambe doloranti e la pianta del piede sinistro che inizia a bruciare, ma soprattutto sento il cuore pesante.
«Mamma, ecco il rifugio! Manca pochissimo, sbrigati!». Raccolgo i miei pezzi e riprendo a salire con il sollievo, quantomeno, di essere quasi arrivata.
L’edificio è di una bellezza semplice e arcaica, le imposte rosse spiccano sui listelli di legno scuriti dal tempo e dalle intemperie. Sembra di immergersi in un passato lontano. L’interno è spartano, ma accogliente, odora di legno antico e minestra. Ci hanno assegnato tre cuccette al primo piano vicino ad una finestrella quadrata che incornicia le cime bianche, ora in parte nascoste da un cappello di nubi.
Dopo la fatica ora arriva il riposo. Quel tempo lento del rifugio che separa dalla cena, fatto di letture, chiacchiere e indulgenza alla passione romantica della meditazione.
Finita la cena, sono pronta ad andare a dormire, ma mio figlio mi chiede di uscire un’ultima volta. Fuori è ormai quasi completamente buio, ma so cosa spera di vedere. Tempo fa gli avevo parlato degli stambecchi che vivono in branco su queste montagne e che spesso capita di incontrare. Durante la salita, però, non eravamo stati fortunati.
Usciti dalla porta veniamo investiti da un piacevole freddo, respiro a pieni polmoni e, proprio mentre ci voltiamo verso occidente, ecco comparire all’orizzonte il profilo di un maestoso stambecco con grandi corna ricurve verso il cielo. Si staglia imponente a pochi metri da noi, in perfetto equilibrio sulle rocce traballanti, figura nera su uno sfondo blu illuminato dall’ultimo chiarore del sole e dalle prime stelle notturne.
Tratteniamo il respiro, non riusciamo a dire una parola, non vogliamo dire una parola, per paura di spezzare quel momento magico. Perdo coscienza del tempo che passa, non so dire per quanto siamo rimasti lì, intrappolati in una sorta di incantesimo. Solo lo svanire lento e regale di quell’animale meraviglioso dietro alle rocce ci ha riportato gradualmente alla realtà.

Al mattino ci svegliamo ancora increduli per quello a cui abbiamo assistito la sera prima. Avvertiamo l’urgenza di parlarne quasi a volerci assicurare di non averlo sognato. Mi sento incredibilmente in forma, non ho più dolori e, pur non avendo dormito nel mio letto, sono riuscita a riposare bene. Decidiamo quindi di non scendere subito, facciamo tutti fatica ad abbandonare questo luogo e questo paesaggio. C’è qualcosa che ci trattiene qui.
Finita colazione riprendiamo i nostri zaini e ci incamminiamo verso il rifugio Guide d’Ayas, posto più in alto. La nostra meta, in realtà, è però un’altra.
Risaliamo i grossi blocchi di roccia rossa aiutandoci con le mani, cerchiamo di individuare il percorso migliore in un paesaggio lunare ancora in ombra. Il silenzio è assoluto, un silenzio che sembra risalire all’era glaciale. Poi un grido squarcia improvviso l’aria, seguito da un altro. Alzo la testa e vedo due corvi, o gracchi che siano, volare in cerchio lanciando i loro richiami sopra di noi. Lucidi nelle loro eleganti livree nere sembrano volerci cacciare, intrusi come siamo nel loro mondo scorniciato. Il frullio delle loro ali si allontana così come pian piano sfuma il loro gracchiare e io mi tranquillizzo nuovamente. Non ne capisco razionalmente il motivo, ma i corvidi mi mettono sempre a disagio.
Aggiriamo l’ultimo gruppo di massi alti quasi quanto me e poi la vista si apre in modo controintuitivo verso il basso, rivelando uno dei paesaggi più spettacolari e inquietanti che abbia mai visto. Un lago di fusione si stende davanti a noi, incastonato come una gemma di topazio blu tra le rocce grigie. La superficie è interamente rivestita da un sottile strato di ghiaccio.
Mio figlio si avvicina al bordo del lago, uno scricchiolio di vetri infranti ferma i suoi passi. Si inginocchia e inizia a giocare con le lastre, cercando di liberare le bolle d’aria intrappolate sotto la superficie. I raggi del sole stanno iniziando a imperlare il bordo superiore delle cime circostanti facendo scintillare d’argento la roccia e trasformando il blu del lago in un azzurro turchese. La superficie accarezzata dal sole si contorce e geme, l’aria si riempie di cigolii e stridii, potenti schiocchi si levano dalle fenditure che iniziano ad aprirsi. Lo stesso processo di fusione riprenderà ben presto su ciò che rimane del ghiacciaio soprastante, interamente scalfito da seracchi.
In questo mondo di pietra e ghiaccio, tanto nobile quanto inospitale, le parole mi si bloccano in gola. Osservo il ghiacciaio e sono travolta da emozioni contrastanti, che mi provocano un senso di vertigine. Come può essere così meraviglioso mentre sta morendo, mentre canta il proprio requiem in una litania inquietante di schianti secchi. Quello che vedo va oltre la mia capacità di comprensione. Mi commuovo sopraffatta dalla bellezza e dal dolore. Mio figlio si accorge del turbamento, che non riesco a nascondere, abbandona il margine del lago e si avvicina al mio fianco. Non dice nulla e non mi chiede nulla. Rimane lì accanto, riempito della luce che si sta spandendo come una coperta dorata. Percepisco la sua presenza silenziosa e rassicurante.
So che a un linguaggio del lutto, che io non sono in grado di articolare, lui sarà capace di opporre un linguaggio della speranza.



Referenze e letture consigliate
Libri
- Suzanne Simard. L’albero madre. Alla scoperta del respiro e dell’intelligenza della foresta. Mondadori, 2022.
- Robin Wall Kimmerer. La meravigliosa trama del tutto. Mondadori, 2022.
- Jemma Wadham. Il mondo dove è bianco. Aboca, 2022.
Siti e pagine web
- www.varasc.it (in particolare la pagina con le informazioni sul toponimo Verra)
- https://www.ayastrekking.it/intro.php
- https://andarpersassi.it/il-paesaggio-ha-sempre-una-storia/#content
- Articolo: Teresa Carnielli, Le variazioni frontali ed areali recenti del Ghiacciaio Grande di Verra (Monte Rosa, Alpi). Dipartimento di Scienze della Terra «Ardito Desio» dell’Uniuersita degli Studi di Milano.










