Il ritorno

E’ passato tanto tempo dall’ultima volta che ho scritto qui. E’ stato un tempo sospeso, fatto di apprensioni, attese, speranze. Un tempo che ha ricordato a tutti la fragilità della nostra vera natura.

Per me è stato però anche un tempo di scoperte e riscoperte. La scoperta del tempo trascorso in famiglia con un ritmo più lento. La riscoperta del tempo per la lettura. In un’altra occasione mi piacerebbe parlarvi anche dei libri che mi hanno tenuto compagnia.

Non è stato comunque facile, ma mi ritengo fortunata ad aver dovuto affrontare anche delle difficoltà, per quello che queste presuppongono.

Sono stati mesi in cui contemporaneamente mi sono trovata a fare l’ingegnere, non avendo smesso di lavorare neppure per un giorno, la mamma, l’insegnante, la compagna di giochi, la cuoca, la casalinga, l’aggiusta-giocattoli e mille altre cose ancora. Non erano più attività confinate a momenti specifici della giornata o della settimana, ma il tutto si amalgamava quotidianamente tra le mura domestiche e non sono mancati momenti di stanchezza, ma anche di ilarità.

Per fortuna non ero da sola e il lavoro di squadra è stato fondamentale per uscirne ancora più forti.

E’ stato anche il periodo della lontananza dalla montagna, dai boschi e dalla mia baita. Paradossalmente però questa lontananza obbligata mi ha permesso di stringere rapporti ancora più forti con i montanari che lì vivono tutto l’anno.

Con i loro messaggi, le loro foto, i video e le loro preoccupazioni sincere mi hanno mostrato un affetto inaspettato, mi hanno tenuto compagnia, mi hanno fatto sorridere e mi hanno permesso di vivere un po’ lassù insieme a loro.

Se devo fare un bilancio di questo periodo, quindi, non può che essere positivo. Quello che è rimasto è decisamente più di quello a cui ho rinunciato.

Sono comunque felice ora di poter ritornare lassù, perché pur avendo cercato e trovato il meglio da questo momento inaspettato, la montagna e il contatto con l’elemento naturale mi sono mancati.

Una cosa non esclude automaticamente l’altra. Ci tengo a dirlo perchè ho letto un’intervista a uno scrittore che definisce di una “fragilità quasi infantile” e “senza risorse” le persone che, costrette in città, hanno sentito la mancanza della montagna, anche se abituati a viverla solo per brevi periodi.

Questo atteggiamento di ostentata superiorità, e anche di visione limitata ad esclusive esperienze personali, non mi trova d’accordo. Non mi sento di giudicare né di deridere nessuno, tantomeno chi ha vissuto con frustrazione questo momento di distacco. Il fatto che esistano delle persone che non possono vivere sei mesi all’anno in montagna, senza abbandonare la propria professione, costruita magari con sacrifici, e senza stravolgere radicalmente la propria vita e quella delle persone vicine, non li rende automaticamente dei reietti né tantomeno ne sminuisce il sentimento, l’affezione e il rispetto che provano per l’ambiente montano. Mi scuserete spero lo sfogo, ma non ho mai amato l’arroganza e le generalizzazioni superficiali.

Quindi… Buona montagna a tutti!

A presto,

C.