Luoghi antichi

In baita. Il cielo promette pioggia.

Un enorme cumulonembo è rimasto impigliato alla cima della montagna. La sua lenta esplosione fa da cappello ai colori desaturati dei boschi sottostanti, che vengono avvolti in vapori di nubi. È un’opera d’arte che non mi stanco mai di osservare, tela mutevole, incorniciata dalla finestra del soggiorno.

Decido comunque di uscire.

Mi incammino verso gli alpeggi bassi. Una breve passeggiata ad anello, che regala però sempre scorci di rara bellezza. Due ballerine bianche saettano veloci davanti a me, sembra che percepiscano anche loro l’elettricità che c’è nell’aria, le vedo fondersi con il grigio dei tetti in lose delle prime baite.

Supero la prima costruzione in pietra scortata da due cani da pastore, silenziosi ma solerti. Mi fermo poco più avanti e lascio rotolare lo sguardo giù dal pendio fino al vallone sottostante. Ed è allora che le vedo.

Sono delle pietre che spuntano tra i fiori alti del pascolo. Per anni ero passata di lì senza accorgermi della loro esistenza. Decido di andare a vedere più da vicino.

Scendo il pendio muovendomi sulle tracce lasciate dagli ungulati. Mi affretto, se iniziasse a piovere sarebbe un’impresa riuscire a risalire. Un mondo invisibile si sposta e si solleva al mio passaggio, api, cavallette, grilli, coleotteri, lepidotteri, un’intera giornata non basterebbe a fare il censimento di tutti gli esseri viventi che contribuiscono alla biodiversità di questi pascoli. Un tesoro inestimabile.

Arrivo vicino a quel che rimane di un muretto a secco che scende ripido, assecondando la pendenza del terreno. Lo seguo. Lo oltrepasso in un punto in cui è crollato. Adesso le pietre che vedevo sbucare dall’alto assumono i contorni più nitidi di tre baite abbandonate da chissà quanto tempo, arroccate in una posizione assolutamente insolita, a strapiombo sul vallone laterale.

Percepisco subito la sensazione di trovarmi in un luogo antico. Rovi e ortiche, che mi arrivano fino ai fianchi, sembrano volerne custodire gelosamente la storia. Mi avvicino alla baita più grande, che guarda le altre due dall’alto. Mi faccio strada schiacciando le ortiche con i piedi e tenendo le braccia sollevate, ma sento lo stesso il ben noto pizzicore attraverso la tela dei pantaloni.

In un punto del muro vicino al terreno mi accorgo che mancano alcune pietre, mi abbasso a sbirciare nel pertugio a cuneo largo non più di trenta centimetri e profondo quanto lo spessore del muro. Quello spazio angusto, ma protetto, deve essere diventato la tana di qualche animale, ci sono mucchi di piccoli escrementi e avanzi di cibo.

Faccio il giro intorno alla baita e mi sposto dove la costruzione si appoggia al pendio. Lì una scaletta in pietra porta al primo piano, dove alcune assi formano ancora un piccolo balconcino e dove una porta in legno, alta poco meno di me, è ancora salda su grossi cardini arrugginiti.

Salgo la scala e mi fermo davanti alla porta. Chissà da quanto tempo quel legno sbiadito non sentiva più il calore di una mano. Aspetto un attimo. C’è qualcosa che mi spinge ad andare a sbirciare dentro le baite abbandonate, ma nello stesso tempo mi sembra sempre di commettere un gesto quasi sacrilego, di essere artefice di una specie di intimità violata.  

Spingo leggermente la porta che rimane immobile. Provo con più decisione ed ecco sentire il mio viso investito da una corrente d’aria fredda mentre i cardini ruotano faticosamente.

È buio. Rimango sulla soglia.

La poca luce che entra dallo spiraglio della porta illumina debolmente l’unico locale. Lente pagliuzze di polvere lievitano davanti a me sollevandosi dal pavimento in pietra.

Pietra e polvere. Sembra non ci sia altro.

Poi i miei occhi si abituano e riescono a vedere.

In un angolo, un letto massiccio e largo fatto di assi di legno accostate con cura, le gambe squadrate che salgono ad incorniciarne la testata e la pediera.

Ho immaginato chi qui ha passato le sue notti, cercando di dormire con una pioggia, come quella imminente, che risuona incessante sul tetto. Con la luce tremolante di una candela, che come disse Thoreau, illumina la tenebra, invece di ucciderla come fa l’elettricità. Con i suoni e i rumori della natura che di notte si muove furtiva. Quanta sincerità si può trovare in un giaciglio come questo.

Duro. Essenziale. Bello.

Come doveva essere la vita lì.

A presto,

C.