Il lamento del ghiacciaio

Il suono e la luce della sveglia riempiono di colpo il silenzio e il buio della camera da letto facendomi sussultare. Li stavo aspettando già da diverse ore ed è quasi un sollievo sapere che è arrivato il momento di alzarsi. Ho dormito poco, le parole caustiche e lapidarie del medico hanno continuato a riaffiorare nella notte e con loro anche il mio senso di colpa: «Doveva venire prima, ora difficilmente potrà tornare a camminare in montagna». Sono trascorsi alcuni mesi da quel giorno, mesi passati tra sedute di fisioterapia settimanale ed esercizi quotidiani, mesi in cui il dolore al piede ha raggiunto picchi che non mi hanno permesso nemmeno di fare qualche passo. Mesi in cui ho scoperto di avere una forza di volontà che non credevo di possedere.

Da alcune settimane ho ripreso a fare brevi escursioni attorno alla baita, spingendomi ogni giorno un po’ più lontano, ma sempre con i sensi allertati, pronta a sentire ricomparire quella fitta che ben conoscevo. Non è più tornata. Oggi sarebbe stato il giorno della verità.

All’inizio del sentiero lastricato estraggo un’ultima volta dallo zaino la guida dedicata al massiccio del Monte Rosa, un piccolo volume, con la copertina di tela, pubblicato nel 1960 e recuperato in ottime condizioni in un negozietto dell’usato, a meno del costo di uno spritz. Il volume appartiene ad una collana di guide storiche, note come “guide grigie” o, più precisamente, Guide dei Monti d’Italia, nate dalla collaborazione editoriale iniziata nel 1908 tra il CAI e il Touring Club Italiano. Sono una pietra miliare nella letteratura alpinistica e descrivono sistematicamente tutti gli itinerari alpinistici e le generalità storiche e ambientali dei rilievi montuosi d’Italia.

Sfoglio con cautela le pagine ingiallite, sottili come carta velina, e inizio a leggere: «È di proprietà della sezione di Torino del CAI, inaugurato nel 1934 e dedicato a Ottorino Mezzalama, pioniere dell’alpinismo invernale in Italia, travolto da una valanga nel 1931 sul ghiacciaio di Malavalle, nelle Alpi Breonie. È una costruzione in legno a doppia parete, costituita da tre locali a piano terreno (cucina – sala – stanza con 4 cuccette) e un locale al primo piano adibito a dormitorio. Nella stagione estiva può ospitare 20-25 persone. È tenuto aperto con custode da metà luglio al 30 settembre; acqua di ghiacciaio a 100 m, illuminazione a candele; materiale di pronto soccorso. Nella stagione invernale e primaverile il rifugio è aperto (senza custode) e attrezzato per ospitare 4-5 persone».

Mi domando cosa rimanga di questa descrizione, quanto sia andato perduto e quanto sia ancora leggibile nelle tracce rimaste e, soprattutto, mi chiedo se il mio piede riuscirà a portarmi lassù.

Ripongo la guida nello zaino e mi accorgo di essere rimasta indietro, mio figlio ha già superato il ponticello di legno sul torrente di Tzére e sta salendo di buon passo lungo il sentiero con suo papà. È emozionato per questa nuova avventura e, come sempre, la sua felicità straripa in un fiume di chiacchiere che investono ininterrottamente chi gli è vicino. Sento la sua voce sbriciolarsi nell’aria eccessivamente calda di metà agosto. Anche questa estate è stata definita la più calda mai registrata, ennesimo record in un susseguirsi di eventi estremi eccezionali che ormai sono trattati come ordinari e vengono sperimentati nel modo più severo da chi è più vulnerabile.

Negli ultimi anni, lo zero termico in estate sulle Alpi ha superato più volte i 5.000 metri d’altitudine e non posso fare a meno di pensare al ghiaccio che si è già sciolto, a quello che si sta sciogliendo, proprio mentre sto camminando, e all’accelerazione con cui questo processo di fusione sta avvenendo. Mi sale un senso di nausea mentre cerco inutilmente di immaginare il futuro di mio figlio in un mondo in via di scioglimento.

È un sollievo entrare nel fresco del bosco in cui si immerge la mulattiera che sale fino alla piccola frazione di Fiery. Il sentiero sfuma in un groviglio di biforcazioni che solcano il terreno come arterie, vene e capillari. Trasportano l’acqua di fusione e la pioggia verso valle mentre in senso opposto conducono il flusso di turisti al Lago Blu, la meta più famosa, inflazionata e affollata presente lungo il percorso. Anche questa mattina il numero di persone che sta salendo in quella direzione è impressionante e riempie l’aria con una cacofonia di voci urlate e musiche che escono metalliche da zaini intonsi e super tecnici.

Continuo a risalire cercando di distrarmi dalla confusione e prestando invece attenzione ai blocchi di serpentinite bluastra e scivolosa sotto i piedi, antica testimonianza della morena lasciata dall’antico ghiacciaio di Verra, che scendeva lungo tutta la vallata.

Poco prima di arrivare al bivio per Fiery, propongo di fare una piccola deviazione fuori traccia. Mentre mio marito mi guarda perplesso, mio figlio sta già seguendo il varco lasciato da qualche selvatico nel sottobosco, con quella luce negli occhi tipica dei grandi esploratori.

Cammino non sapendo esattamente quale sia la direzione giusta, so che la nostra destinazione è da qualche parte a sud-est ma non ho idea di come arrivarci. Cerco di aiutarmi seguendo l’andamento morfologico del terreno e il suono del torrente Verra sottostante. Totalmente concentrata nel prestare attenzione a dove appoggio i piedi, ci metto un po’ a rendermi conto che è bastato allontanarsi di qualche metro dal sentiero per entrare immediatamente in un’altra dimensione, permeata da un silenzio profondo. Solo lo scricchiolio secco dei rami che si spezzano sotto gli scarponi graffia di tanto in tanto l’aria.

Ciuffi di erba olina sbuffano tra i cespugli di rododendro e ginepro, piccoli fiori viola di raponzolo alpino si allungano alla ricerca della luce che filtra tra i larici e le piante di mirtillo nero, burlescamente intrecciate a quelle di falso mirtillo.

«Mamma, è quello?!». Alzo lo sguardo da terra e, proprio lì davanti, in una luce verde brillante e in parte nascosto dietro a quattro tronchi di giovani larici, c’è esattamente quello che stavo cercando.

In bilico sul crinale che dà sul torrente, un enorme masso di serpentinite si staglia inclinato come un tozzo fungo fuori scala. Alla base di questo vi è un cuneo più chiaro di pietra ollare su cui sono riportate alcune incisioni. Non è chiaro cosa queste rappresentino, eccetto quella più a destra, una linea verticale con due punti, che si ipotizza indichi un limite catastale. Altre scritte e figure geometriche sono state scavate nel corso del tempo e sono di difficile interpretazione.

Mio figlio scruta i segni umani sulla pietra con l’attenzione di un archeologo intento a svelare i segreti dell’arte rupestre alpina, a sua volta osservato dal motivo circolare che campeggia come un occhio immobile sul cuneo. L’uomo da sempre ha sentito la necessità di lasciare una propria traccia nel paesaggio, una memoria di pietra che sopravviva nel tempo al suo artefice.

Sono svariate le incisioni che si possono trovare in zona, da quelle scoperte casualmente nel Vallone di Cime Bianche e raffiguranti reticolati geometrici, alle croci balestriformi e stelle a cinque punte, probabilmente di epoca medioevale, rinvenute nel vicino pianoro dei laghi di Resy e aventi valore apotropaico.

Lasciamo questo piccolo angolo segreto e torniamo sui nostri passi, immergendoci nuovamente nel flusso di persone fino a raggiungere il pianoro di Beau Bois (Bel Bosco) in cui sorge un rascard cinquecentesco e la Casa Alpina di Don Bosco, un imponente edificio in pietra che un tempo svolgeva la funzione di albergo.

I turisti ci superano a passo veloce, sembrano essere impermeabili al paesaggio che stanno attraversando e sordi rispetto ai suoni che arrivano dal bosco adiacente. Il mio passo è più lento, devo prestare attenzione al piede, e mi distraggo facilmente ad osservare i numerosi esempi di flora e la fitta biodiversità che si può incontrare, anche solo isolando una piccola fetta della frangia di bosco che arriva fino al sentiero.

Affondo lo sguardo nel sottobosco tra i larici e gli abeti e non posso fare a meno di pensare all’invisibile e misteriosa rete di relazioni che sussistono tra questi esseri viventi, una struttura che l’ecologa Suzanne Simard definì come una «rete sociale sotterranea» e di cui parla nel suo straordinario libro L’Albero Madre.

Nei primi anni Novanta Simard era impegnata nello studio del sottobosco delle foreste temprate della Columbia britannica-occidentale, oggetto in quegli anni di politiche rivolte al profitto. Tali politiche sostenevano una più rapida crescita degli alberi da taglio attraverso l’abbattimento delle latifoglie autoctone, ritenute colpevoli di sottrarre risorse ai pini con i quali convivevano. Simard, attraverso intuizioni, errori e centinaia di sperimentazioni, osservò che la realtà era ben diversa e dimostrò scientificamente, per la prima volta, l’esistenza di un sistema di cooperazione inter-specie fondamentale per la salute e la resilienza delle foreste.

Il sette agosto del 1997, dopo aver combattuto contro lo scetticismo di alcuni esponenti della comunità scientifica ed essere stata più volte ostacolata, Simard vide pubblicate le sue scoperte sulla rivista «Nature».

Il contenuto di quell’articolo fu pionieristico per lo studio scientifico dell’ecologia del sottosuolo e rivoluzionario per le implicazioni che ne derivarono. Il sottosuolo di un bosco venne per la prima volta descritto in funzione della sua capacità di ospitare un’incredibile infrastruttura tecnica di comunicazione e trasferimento di risorse naturali tra le diverse piante. In questa rete di connessioni, i funghi svolgevano un ruolo fondamentale.

Se pur incapaci di svolgere la fotosintesi, i funghi sono infatti rapidissimi a colonizzare il terreno con il loro micelio e da tempi immemorabili hanno stretto un patto con le piante con le quali barattano acqua, minerali e altre sostanze chimiche in cambio di zuccheri e carbonio, frutto della fotosintesi.

Queste sofisticate soluzioni comunicative, invisibili ai nostri occhi, hanno una struttura il cui funzionamento ricorda in qualche modo quello della rete internet. Esistono infatti nodi e “alberi madri” capaci di riconoscere i propri figli genetici anche a grandi distanze e nutrirli usando le ife dei funghi come se fossero dei cordoni ombelicali in cui scorrono acqua, sostanze nutrienti ma anche informazioni chimiche fondamentali per la sopravvivenza, quali messaggi di allarme in caso di attacco di parassiti.

Questa rete mutualistica, ben descritta da Simard nell’articolo, si guadagnò il soprannome, ancora oggi in uso, di «wood wide web».

Mentre continuo lungo il sentiero, mi considero quasi privilegiata per essere venuta a conoscenza di questa realtà invisibile, per poter vedere, anche solo con gli occhi dell’immaginazione, l’enorme complessità che si dirama sotto la superficie su cui sto camminando. Se pur non direttamente connessa al bosco attraverso la rete fungina, non posso non sentirmi anch’io parte di questa esigenza di mutualismo e di simbiosi con il mondo naturale.

Non posso fare a meno di andare oltre quella marcia inesorabile che ci viene imposta dall’esterno e ci spinge a percepire gli alberi solo come materiale da costruzione, legna da ardere o come un ostacolo a nuovi funambolici progetti.

Oggi più che mai l’uomo dovrebbe sforzarsi di tornare a vedere in profondità, ridimensionando il proprio senso di superiorità e tornando a riconoscersi come elemento interconnesso a una rete naturale complessa, da cui dipende la sua stessa esistenza.

Ci siamo allontanati dalle nostre origini, ma è ormai arrivato il momento di ripensare il ruolo che abbiamo come specie in un’ottica sistemica. Iniziare a riconoscere la presenza e l’importanza della vita nel mondo che è altro rispetto a quello umano, recuperare un approccio quasi animista che riconosca e rispetti le esistenze straordinarie delle specie diverse dalla nostra. Non è niente di nuovo, ma dobbiamo rieducarci in tal senso.

Penso a quello che l’etnobotanica Robin Wall Kimmerer scrive nel suo libro illuminante La meravigliosa trama del tutto: «Una specie e una cultura che trattano il mondo naturale con rispetto e reciprocità trasmetteranno i loro geni alle generazioni future con una frequenza maggiore rispetto a un popolo che non se ne cura. Quello in cui sceglieranno di credere plasma i nostri comportamenti e ha conseguenze adattogene». Oltre ad essere una scienziata di grande fama, Kimmerer è anche membro della Nazione Potawatomi, una delle minoranze native della regione nordamericana delle Grandi Pianure e nel suo libro racconta come, accanto a un linguaggio scientifico che definisce i confini della nostra conoscenza, abbia sentito la necessità di accostare la lingua dei suoi antenati, capace di riconoscere la presenza di vita in ciò che è altro rispetto a noi: animali, alberi, ma anche rocce, acque, monti, venti e fuochi.

Vengo strappata da questi pensieri dalla voce di mio figlio che, accovacciato più avanti sul sentiero, si agita facendomi segno di correre da lui. Mi affretto inciampando, con il terrore che si sia fatto male ma, quando lo raggiungo, mi rendo subito conto che il motivo di allarme è un altro. Proprio lì, in mezzo alla mulattiera, sfiorato da indifferenti piedi frettolosi, si trova un piccolo roditore immobile e rannicchiato contro un sasso che sporge dal terreno. È un Quercino. Non ne avevo mai visto uno, essendo un animale dalle abitudini prevalentemente notturne è abbastanza difficile da incontrare. Vive nascosto nel sottobosco, costruendo la sua casa tra cespugli, radici e ceppi di alberi, nutrendosi di bacche, insetti e piccoli invertebrati. Ha una mascherina nera lucente attorno agli occhi che parte dai baffi e gli arriva fin dietro le orecchie, la pelliccia corta e grigio-bruna si confonde con lo sfondo su cui spiccano però quattro zampine rosa e sottili. Come altre specie appartenenti alla famiglia Gliridi, il Quercino è entrato a far parte della nostra fauna nel tardo Pleistocene e alcuni resti fossili fanno risalire l’origine della sua presenza alla fase iniziale del periodo di Würm. Oggi questo piccolo mammifero rientra tra le specie a rischio di estinzione.

Lo guardo meglio senza toccarlo per cercare di capirne le condizioni. Non sembra avere ferite evidenti, ma si muove comunque a fatica ed è chiaro quanto sia terrorizzato. Probabilmente non dovrei intromettermi, tuttavia non riesco a sopportare l’idea che possa morire schiacciato sotto uno scarpone. Prendo un fazzoletto di carta e lo sollevo delicatamente, è evidentemente un cucciolo, non più lungo del mio pollice. Risalgo il pendio boscoso e cerco un luogo riparato dove posarlo, trovo una piccola sporgenza rocciosa che crea una nicchia in penombra e parzialmente nascosta da piante di mirtillo. Lo appoggio lentamente sul morbido letto di aghi di larice, mi sembra il posto migliore da dove possa riprendere il suo destino, qualunque esso sia.

Riprendiamo a camminare. Non so se riuscirò ad arrivare a destinazione, ma ora mi importa meno. Anche dovessi fermarmi prima di aver raggiunto il rifugio, so che il nostro essere lì su quel sentiero in quel preciso momento può aver fatto la differenza per il nostro piccolo fratello, e tanto mi basta.

Raggiungiamo il Pian di Verra Inferiore e lo sguardo ora può spingersi in lontananza verso il Ghiacciaio di Verra, un anfiteatro circolare di un bianco scintillante che spicca contro il cielo azzurro. Riconosco alcune delle cime salite in passato: il Breithorn Orientale, il Breithorn Centrale, il Polluce e il Castore. È stato lassù dove ho provato per la prima volta il brivido dell’altitudine, dove mi sono commossa dinnanzi al fremito di un’alba sul ghiacciaio schiaffeggiata da un vento che toglieva il respiro, dove ho provato il senso del sublime e dove ho superato nuove frontiere da esplorare sia fuori sia dentro di me. Ora ne percepisco ancora il fascino e la forza attrattiva, ma ancor di più ne riconosco la fragilità.

Mentre arriviamo al ponte e al bivio per il Lago Blu, mi sembra incredibile pensare che stiamo camminando lungo il percorso di un ghiacciaio scomparso. La carta topografica del Regno d’Italia del 1884 mostrava, infatti, il fronte glaciale arrivare esattamente fino al punto dove ci troviamo ora a circa 2090 metri di quota.

Uno studio del 2005 condotto dal Dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” dell’Università degli Studi di Milano dal titolo Le variazioni frontali ed areali recenti del Ghiacciaio Grande di Verra aveva già riportato dati drammatici: «Dall’analisi delle variazioni aerali effettuate mediante il confronto di cartografia storica in ambiente GIS è emerso che dalla Piccola Età Glaciale al 2001 la riduzione aerale è stata pari a 3×106 m2 (3 milioni di m2) corrispondenti al 31% della superficie iniziale».

A partire dagli anni Novanta del secolo scorso l’arretramento frontale del ghiacciaio è stato in costante aumento e la rapidità del fenomeno è ritenuta uno degli indicatori più significativi dell’emergenza climatica in atto.

I rilevamenti condotti nel settembre del 2020 e riportati nel Bollettino del Comitato Glaciologico Italiano confermano la criticità della situazione: «Il ghiacciaio appare in regresso e, alla data del sopralluogo, la fusione superficiale è ancora sensibile, con evidenti bédières che solcano la zona frontale. Una bocca glaciale sì è aperta in prossimità della fronte. La lingua appare completamente priva di neve residua».

Là dove a inizio del Novecento c’era ancora il ghiacciaio ora si vede solo un imbuto grigio delimitato dalle morene laterali che si snodano in creste ondulate cariche di detriti. Il sentiero che porta al rifugio si sviluppa proprio lungo la morena laterale orientale.

Il rumore assordante dell’acqua di fusione che scorre impetuosa anticipa la vista del Pian di Verra Superiore. L’acqua è la protagonista del paesaggio che mi trovo di fronte. Più in alto, nastri argentati sfociano invisibili dal ghiacciaio, si tuffano in bianche cascate che ricadono sul pianoro, dove ruscelli di un azzurro lattiginoso serpeggiano tra rocce e detriti color della cenere.

Verde, grigio, bianco, azzurro.

Sono colori apparentemente contrastanti ma che si uniscono in accostamenti meravigliosi e imprevedibili, così come imprevedibili sono le storie che ammantano di un’aura di mistero il toponimo Verra.

Nel 1928 uno dei pionieri della ricerca storiografica, toponomastica e culturale della Val d’Ayas, l’Abbé Louis Bonin, pubblicò un piccolo volume che costituisce uno dei primi esempi di guida turistica della zona e in cui è possibile rintracciare numerose informazioni dal valore storico e storiografico. Proprio in tale opera Bonin scrive che, secondo alcuni studiosi, il termine Verra sia derivato da Guerra, a testimonianza del fatto che questa località un tempo fu teatro di feroci battaglie con gli abitanti del Vallese, che scendevano per frequenti incursioni dai vicini passi di Verra, Jumeaux e St. Théodule. Ipotesi invece più pacifiche propendono per un’assonanza con un cognome, Werra, associato a una località non ben precisata lungo un’antichissima mulattiera che risaliva toccando St. Niklaus e raggiungendo il Colle del Teodulo. Qui si affacciava sul Vallone delle Cime Bianche e costituiva un nodo nevralgico per antichissimi traffici commerciali. Questa via, frequentatissima nel Medio Evo, era definita Twarra, e la famiglia ne prese il nome, mutato con il passare degli anni in d’Warra, dieWerren, Warra. Nel tempo la famiglia acquisì potere e ricchezza con i commerci e servendo, intorno alla metà del XIV secolo, il vescovo di Sion. Raggiunse infine il massimo prestigio con Giovanni III Werra, nominato signore feudale di Zermatt. Il potere dei Werra non era limitato alle terre del Vallese e alla ricca signoria di Zermatt, ma vi furono certamente importanti scambi con la Val d’Ayas nel solco dei flussi migratori che interessarono le Alpi in quei secoli.

La vera origine del toponimo di Verra si è ormai persa nel tempo, ma le varie ipotesi che sono state avanzate fino ad oggi, o che ancora devono essere formulate, sicuramente non possono prescindere dalla ricca storia di questa terra e dalla sua orografia.

Racconto questi aneddoti a mio figlio, mentre ci riposiamo con i piedi affondati nel latte glaciale che scorre rapido e opaco per i fini sedimenti rocciosi in sospensione. Tra le nostre gambe, arrossate per il freddo, scorre la vita. La montagna e i suoi ghiacci sono qualcosa di vivo e portano vita anche lontano, sotto forma di acqua e di quella roccia polverizzata strappata al letto del ghiacciaio, nota anche come “farina glaciale”, che costituisce una fertile fonte di nutrienti fondamentali per le coltivazioni.

Molti dei nostri grandi fiumi nascono da torrenti come questo, alimentati dalla neve e dalla fusione del ghiaccio in alta montagna. Cosa succederà quando il ghiaccio si sarà completamente sciolto? È una domanda a cui non riesco a rispondere in maniera precisa e rigorosa perché, nonostante i vari studi letti, ancora non riesco a prefigurarmi l’impatto devastante che ci sarà e l’effetto domino che coinvolgerà aspetti apparentemente lontani tra loro, ma inevitabilmente interconnessi se pur oggi ancora non ne abbiamo coscienza. Anche se cerchiamo di allontanare queste domande e questi pensieri, ciò non toglie che quello che sta accadendo sia una questione di cruciale importanza nelle nostre regioni, così come in tutte le aree del mondo in cui i ghiacciai si stanno sciogliendo e le comunità sono numerose e vulnerabili

Nell’agosto del 2019 si è tenuto il “funerale” dell’Okjökull, il primo ghiacciaio dell’Islanda andato perduto a causa dei cambiamenti climatici. Una targa commemorativa è stata fissata su un masso, un tempo sepolto negli strati basali del ghiacciaio e l’iscrizione, qui riportata, è un’attestazione di consapevolezza del pericolo senza precedenti in cui ci troviamo e, al contempo, un monito ad agire rapidamente.

Lettera al futuro

Ok è il primo ghiacciaio islandese a perder il suo status di ghiacciaio.

Nei prossimi 200 anni tutti i nostri ghiacciai potrebbero seguire lo stesso percorso.

Questo monumento viene eretto per attestare che sappiamo

cosa sta succedendo e cosa bisogna fare.

Solo voi sapete se l’abbiamo fatto.

Agosto 2019

415 ppm di CO2

Ci lasciamo alle spalle il Pian di Verra Superiore con la sua ragnatela di corsi d’acqua e iniziamo a inerpicarci sul fianco della morena. Salendo è come se l’aria diventasse più trasparente e fungesse da lente di ingrandimento annullando le distanze. Lungo la cresta, che si sviluppa sinuosa come una spina dorsale larga poco più di una trentina di centimetri, sembra quasi di poter toccare il ghiacciaio solo allungando una mano. La strada da percorrere è però ancora lunga e ripida, in particolare la pendenza dell’ultimo tratto è tale da avergli valso il soprannome poco edificante di “ammazza cristiani”.

È proprio mentre sono quasi alla fine di questo tratto che lo percepisco per la prima volta. L’aria vibra, attraversata dall’onda sonora di un boato ovattato. Il mio corpo è scosso, come se un tuono fosse esploso alla mia sinistra, facendomi balzare il cuore in petto. È il rumore del ghiaccio che si stacca.

 L’udito arriva prima della vista. Scandaglio con gli occhi il fronte del ghiacciaio che si erge come una cattedrale gotica con tanto di guglie, contrafforti e archi rampanti. Tra due pilastri grigi si sta sollevando una nube bianca che rotola verso il basso inseguendo un pezzo di ghiaccio che si è staccato. Quando la polvere bianca si deposita, rimane in vista un lungo squarcio di un azzurro lucido che spicca tra il ghiaccio sporco. Il taglio brilla colpito dal sole, l’azzurro ha un’intensità profonda, così come profondo è il tempo racchiuso in quegli strati svelati, che vedono la luce per la prima volta dopo migliaia di anni. È questo, dunque, il colore delle ferite di un ghiacciaio: bellissimo e terribile.

Sento le gambe doloranti e la pianta del piede sinistro che inizia a bruciare, ma soprattutto sento il cuore pesante.

«Mamma, ecco il rifugio! Manca pochissimo, sbrigati!». Raccolgo i miei pezzi e riprendo a salire con il sollievo, quantomeno, di essere quasi arrivata.

L’edificio è di una bellezza semplice e arcaica, le imposte rosse spiccano sui listelli di legno scuriti dal tempo e dalle intemperie. Sembra di immergersi in un passato lontano. L’interno è spartano, ma accogliente, odora di legno antico e minestra. Ci hanno assegnato tre cuccette al primo piano vicino ad una finestrella quadrata che incornicia le cime bianche, ora in parte nascoste da un cappello di nubi.

Dopo la fatica ora arriva il riposo. Quel tempo lento del rifugio che separa dalla cena, fatto di letture, chiacchiere e indulgenza alla passione romantica della meditazione.

Finita la cena, sono pronta ad andare a dormire, ma mio figlio mi chiede di uscire un’ultima volta. Fuori è ormai quasi completamente buio, ma so cosa spera di vedere. Tempo fa gli avevo parlato degli stambecchi che vivono in branco su queste montagne e che spesso capita di incontrare. Durante la salita, però, non eravamo stati fortunati.

Usciti dalla porta veniamo investiti da un piacevole freddo, respiro a pieni polmoni e, proprio mentre ci voltiamo verso occidente, ecco comparire all’orizzonte il profilo di un maestoso stambecco con grandi corna ricurve verso il cielo. Si staglia imponente a pochi metri da noi, in perfetto equilibrio sulle rocce traballanti, figura nera su uno sfondo blu illuminato dall’ultimo chiarore del sole e dalle prime stelle notturne.

Tratteniamo il respiro, non riusciamo a dire una parola, non vogliamo dire una parola, per paura di spezzare quel momento magico. Perdo coscienza del tempo che passa, non so dire per quanto siamo rimasti lì, intrappolati in una sorta di incantesimo. Solo lo svanire lento e regale di quell’animale meraviglioso dietro alle rocce ci ha riportato gradualmente alla realtà.

Al mattino ci svegliamo ancora increduli per quello a cui abbiamo assistito la sera prima. Avvertiamo l’urgenza di parlarne quasi a volerci assicurare di non averlo sognato. Mi sento incredibilmente in forma, non ho più dolori e, pur non avendo dormito nel mio letto, sono riuscita a riposare bene. Decidiamo quindi di non scendere subito, facciamo tutti fatica ad abbandonare questo luogo e questo paesaggio. C’è qualcosa che ci trattiene qui.

Finita colazione riprendiamo i nostri zaini e ci incamminiamo verso il rifugio Guide d’Ayas, posto più in alto. La nostra meta, in realtà, è però un’altra.

Risaliamo i grossi blocchi di roccia rossa aiutandoci con le mani, cerchiamo di individuare il percorso migliore in un paesaggio lunare ancora in ombra. Il silenzio è assoluto, un silenzio che sembra risalire all’era glaciale. Poi un grido squarcia improvviso l’aria, seguito da un altro. Alzo la testa e vedo due corvi, o gracchi che siano, volare in cerchio lanciando i loro richiami sopra di noi. Lucidi nelle loro eleganti livree nere sembrano volerci cacciare, intrusi come siamo nel loro mondo scorniciato. Il frullio delle loro ali si allontana così come pian piano sfuma il loro gracchiare e io mi tranquillizzo nuovamente. Non ne capisco razionalmente il motivo, ma i corvidi mi mettono sempre a disagio.

Aggiriamo l’ultimo gruppo di massi alti quasi quanto me e poi la vista si apre in modo controintuitivo verso il basso, rivelando uno dei paesaggi più spettacolari e inquietanti che abbia mai visto. Un lago di fusione si stende davanti a noi, incastonato come una gemma di topazio blu tra le rocce grigie. La superficie è interamente rivestita da un sottile strato di ghiaccio.

Mio figlio si avvicina al bordo del lago, uno scricchiolio di vetri infranti ferma i suoi passi. Si inginocchia e inizia a giocare con le lastre, cercando di liberare le bolle d’aria intrappolate sotto la superficie. I raggi del sole stanno iniziando a imperlare il bordo superiore delle cime circostanti facendo scintillare d’argento la roccia e trasformando il blu del lago in un azzurro turchese. La superficie accarezzata dal sole si contorce e geme, l’aria si riempie di cigolii e stridii, potenti schiocchi si levano dalle fenditure che iniziano ad aprirsi. Lo stesso processo di fusione riprenderà ben presto su ciò che rimane del ghiacciaio soprastante, interamente scalfito da seracchi.

In questo mondo di pietra e ghiaccio, tanto nobile quanto inospitale, le parole mi si bloccano in gola. Osservo il ghiacciaio e sono travolta da emozioni contrastanti, che mi provocano un senso di vertigine. Come può essere così meraviglioso mentre sta morendo, mentre canta il proprio requiem in una litania inquietante di schianti secchi. Quello che vedo va oltre la mia capacità di comprensione. Mi commuovo sopraffatta dalla bellezza e dal dolore. Mio figlio si accorge del turbamento, che non riesco a nascondere, abbandona il margine del lago e si avvicina al mio fianco. Non dice nulla e non mi chiede nulla. Rimane lì accanto, riempito della luce che si sta spandendo come una coperta dorata. Percepisco la sua presenza silenziosa e rassicurante.

So che a un linguaggio del lutto, che io non sono in grado di articolare, lui sarà capace di opporre un linguaggio della speranza.

Referenze e letture consigliate

Libri

  • Suzanne Simard. L’albero madre. Alla scoperta del respiro e dell’intelligenza della foresta. Mondadori, 2022.
  • Robin Wall Kimmerer. La meravigliosa trama del tutto. Mondadori, 2022.
  • Jemma Wadham. Il mondo dove è bianco. Aboca, 2022.

Siti e pagine web

  • Articolo: Teresa Carnielli, Le variazioni frontali ed areali recenti del Ghiacciaio Grande di Verra (Monte Rosa, Alpi). Dipartimento di Scienze della Terra «Ardito Desio» dell’Uniuersita degli Studi di Milano.

Antiche vie

Questo racconto inizia anni fa quando, durante una passeggiata lungo un tracciato ormai battuto solo in estate da qualche vacher, mi fermai a sostare presso un alpeggio non più in uso.

Qui, sul lato corto della costruzione, trovai ammassate travi di legno lasciate marcire sopra una lamiera arrugginita. In quel groviglio abbandonato di sfumature brune e cineree, qualcosa catturò la mia attenzione.

Mi accostai e sollevai alcuni travetti, che si sbriciolarono al contatto sprigionando un odore di bosco umido. Sotto vi era una vecchia palina di quelle che si usano per segnare i sentieri. La porzione metallica a bandiera era piegata in onde, come mossa da un vento invisibile che l’aveva cristallizzata in quell’eterno sventolio. Sulla sua superficie, scurita dal tempo e dalle intemperie, si potevano ancora intravvedere, come in un negativo fotografico, i bordi di una scritta più chiara.

Quello che lessi risvegliò nella mia mente un’eco lontana che mi avrebbe portata a scoprire le voci e le storie che popolano una valle selvaggia e le sue antiche vie.

Mi lascio alle spalle un ponticello di legno, cucitura tra due mondi. Da qui in avanti si abbandona l’Antropocene e ci si incammina verso un tempo non più registrato da orologi e agende fitte di appuntamenti, ma scandito solo dal ritmo del proprio respiro e dai tempi della valle e delle sue creature.

La dimensione della valle è spesso sottovalutata, lo riconosce anche Robert Macfarlane che scrive: «Siamo abituati all’idea che calotte glaciali e montagne possano catturare la mente o sedurre l’immaginazione. Meno documentata, invece, è la capacità che anche le valli detengono di plasmare e scuotere il nostro pensiero. Dei molti generi di valle – forre, canaloni, gole, calanchi – quelle che esercitano l’influsso di gran lunga più potente sono i cosiddetti «santuari»: intendo quelle depressioni del territorio protette su ogni lato da alture o dall’acqua. I santuari hanno il fascino dei mondi perduti o dei giardini segreti. Nel viaggiatore che vi accede – varcando un passo su un crinale e vedendo il terreno ai suoi piedi abbassarsi di colpo – suscitano il brivido».

Ed era un vero santuario quello in cui mi stavo apprestando ad entrare, sbarrato a Ovest da un salto di quasi duecento metri che terminava nel solco stretto del torrente Courtaud per poi risalire verso le ripide pareti del Monte Croce, e dei più arretrati Grand Tournalin e Monte Roisetta, chiuso a Sud da un colle senza nome alla quota di 2.346 metri sul livello del mare, a Est dal Palon di Tzère e a Nord dal Colle Superiore delle Cime Bianche.

Sono proprio loro, le tre Cime Bianche, a dare il nome al vallone. L’ultimo vallone selvaggio dell’Alta Val d’Ayas.

Proseguo dritto lasciandomi sulla destra un ripiano alluvionale incantevole, una bolla naturale sospesa, chiusa tra le rocce del vallone di Tzère e il cordone morenico dell’antico ghiacciaio di Verra. Penso all’importanza di saper leggere il paesaggio, per non limitarsi ad attraversare i luoghi in una marcia cieca, ma riuscire a creare una connessione con ciò che ci circonda. Un camminare diverso, più lento forse, ma più ricettivo e arricchente, capace di accendere un tipo di conoscenza che va oltre la semplice cognizione di sé stessi e del mondo esterno.

Saluto i prati zuppi di acqua, lascerò che i miei piedi vi affondino al ritorno a chiusura del percorso ad anello.

Mio figlio di sei anni è già corso avanti, lo vedo che sta frugando con lo sguardo tra il sottobosco che ci accompagnerà per un breve tratto. Sorrido tra me e me, so cosa sta cercando di ritrovare. Ogni anno, in un punto un po’ appartato e discosto dal sentiero, una macchia di fragoline di bosco ripropone il suo dono fatto di piccoli rubini saporiti, nascosti sotto foglie rugiadose. Noi abbiamo un patto: mai raccogliere più della metà di quello che ci viene offerto. All’inizio il suo entusiasmo di bambino era frustrato da questa limitazione, ma crescendo ne ha compreso il senso. Ha capito che la relazione tra piante ed esseri umani deve essere equilibrata e che prendere troppo, tutto, non è corretto per chi arriverà dopo di noi e soprattutto per chi in quei luoghi ci vive e si nutre. Oggi è lui per primo che, con le mani e i baffi rossi di fragoline di bosco, di lamponi o di mirtilli, mi dice: «Questi li lascio alla volpe», oppure: «Questi li lascio al capriolo», indicando i frutti non colti.

Lo vedo mentre esce dal sentiero puntando sicuro la base di un vecchio tronco, a volte mi chiedo se non abbia una mappa mentale che gli permetta di individuare, con estrema precisione, tutti i punti in cui ha registrato i suoi tesori. Non servono parole, basta vedere il suo sguardo per capire che anche quest’anno l’emozione si è rinnovata e che quella macchiolina di foglie trilobate, di un verde più intenso delle altre, ha condiviso ancora una volta con noi i suoi dolci doni.

Rinfrancati più dalla soddisfazione complice di serbare per noi questo angolino segreto che dalla consistenza della piccola merenda, riprendiamo a salire all’ombra fresca e balsamica di larici e abeti. Sbuchiamo su un ampio pianoro che sale dolcemente verso nord, qui si apre una meravigliosa balconata verso la bastionata rocciosa che si innalza dal sottostante e nascosto Ru Courtaud. Questa straordinaria opera idraulica, realizzata tra il 1393 e il 1433, si sviluppa per oltre venti chilometri fino al Col de Joux, a dispetto del proprio nome, che in francese identifica una persona piuttosto corta di statura e tarchiata.

Ci troviamo nella Comba d’Aventine. Tutto il paesaggio qui parla una lingua dimenticata, solo avvicinandosi in punta di piedi, con rispetto e con una mente curiosa e il cuore aperto ci può essere concesso il privilegio di comprenderla. Si potranno allora ascoltare storie che narrano di antichi oceani perduti, di primi insediamenti da parte di popolazioni Walser arrivate fin qui dal Vallese tra il XII e il XIII secolo, di carovane con muli e cavalli che trasportavano il vino valdostano ma anche vasi in pietra ollare, sale, stoffe di lana e riso, in cambio di montoni e ovini. Sembra di vederli ancora, contadini divenuti per necessità e opportunità someggiatori ed esperti di vino, da cui probabilmente la parola sommelier, che percorrono questa valle con i loro preziosi carichi. Quello che oggi è un sentiero battuto solo da qualche escursionista, in passato era stata una via talmente praticata che, in tutta la cartografia e nelle relative relazioni del XVI secolo, era indicata con il nome di Krämerthal, cioè Valle dei Mercanti, un “chemin muletier internationale” come la definisce l’Abbé Henry.

Tra queste combe si è scritta la storia del periodo d’oro che per almeno due secoli, dall’inizio del ‘300 fino alla fine del ‘400, ha reso Ayas, un villaggio alla testata di una valle alpina chiusa dai ghiacciai, un centro commerciale di estrema importanza, un passaggio fondamentale per i collegamenti e gli scambi tra il Vallese, la Valle d’Aosta e la Pianura Padana, una via privilegiata che attraverso le valli di Valtournenche, di Ayas e di Gressoney conduceva a Novara e nel Milanese.

Il passato ricco e fiorente di Ayas è stato tale da meritarle un posto d’onore su diverse carte geografiche che riproducono l’intera Italia: una delle prime è stata realizzata nel 1570 da un grande cartografo cinquecentesco, il piemontese Giacomo Gastaldi. Qui Ayas si ritrova citata con il nome di Aiazo e lo stesso compare anche su un’altra carta geografica del 1598 realizzata da Giacomo Porro in cui, nel Nord-Ovest dell’Italia, Aiazo viene segnalata insieme a poche altre città quali Milano, Vercelli, Torino, mentre Aosta non è neppure riportata.

Ora nulla lungo il nostro percorso ricorda in modo esplicito l’antico nome della Krämerthal, a eccezione di una vecchia palina divelta, e ormai sbiadita, abbandonata accanto a un’alpe in disuso. Ci sono tuttavia segni gelosamente conservati dal territorio, alcuni già rinvenuti, ma sicuramente tanti altri ancora da scoprire, che ci raccontano di questa via e dei suoi traffici. Al Colle Superiore delle Cime Bianche esistono ancora delle tracce del vecchio selciato percorso dai mercanti, mentre poco più avanti rispetto a dove ci troviamo noi, nel 2007 sono state accidentalmente scoperte due incisioni su una pietra ollare affiorante dai prati. L’incisione maggiore, di circa 40×35 cm, è costituita da un reticolato geometrico con inscritto un ottagono che si intuisce tra le macchie di licheni. Accanto si trova un’altra incisione più piccola: si tratta di un quadrato suddiviso in sedici quadratini e solcato da tre diagonali che ricorderebbe un alquerque. L’alquerque (o quirkat) è un antichissimo gioco da tavola, antenato della dama e originario del Medio Oriente. Mondi lontani che si incontrano, una fitta ragnatela di vie in cui avvengono movimenti di merci e di idee. Nel Cinquecento, presso il Fondaco dei Tedeschi a Venezia, mercanti di origine centro-europea commerciavano con mercanti arabi in spezie, tessuti e altre merci pregiate, esattamente quelle che erano trattate anche dai mercanti Walser. Ed è proprio sui ripiani e sulle colonne restaurate del Fondaco dei Tedeschi che otto disegni di alquerque incontrano il simbolo Walser della “croce ad angolo” (Winkelkreuz), un’incisione che ricorda il numero 4 e la runa di Odino, identificato dai Romani con il dio Mercurio, protettore dei mercanti.

Proseguiamo lungo un torrente, una delle tante forme in cui l’acqua disegna il paesaggio del vallone e dal quale è a sua volta disegnata. Qui si materializza in un nastro di argento lucente per effetto dei granelli di mica che dal letto rifrangono la luce del sole. L’acqua si illumina di bagliori fuggevoli e tremolii palpitanti, i sassi che emergono sono tutti orlati di luce. C’è un profondo senso di pace che si irradia da questo corso d’acqua e sembra posarsi sui prati e sulle rocce circostanti, chi è immerso in questo paesaggio non può rimanerne indifferente. Il suono ruscellante, che accompagna lo scorrere dell’acqua, invita a una sosta. Mi volto per proporlo a mio figlio, ma è già seduto per terra che armeggia con i lacci dello scarponcino sinistro, il piede destro, nudo, affondato nell’erba. Torno un po’ bambina anch’io, mi levo le scarpe e le calze ed entro nell’acqua gelida, il freddo si fa strada con una fitta di dolore che sfuma lentamente in piacere. Iniziamo a raccogliere pietre e a impilarle in equilibrio nel mezzo del torrente. Non ricordo come sia nato questo gioco, diventato subito una muta consuetudine, quello che è assodato è che abbiamo ormai acquisito una certa pratica, riuscendo a costruire ometti dalla stabilità improbabile, che invece si mantengono nel tempo come piccole opere di land art e che spesso ritroviamo dopo svariati mesi. Mi piace la complicità che scaturisce dai nostri gesti anche se non mancano rimbrotti a chi fa crollare la costruzione, insomma non esattamente lo spirito zen che ci si potrebbe immaginare, ma anche questo fa parte del gioco di equilibrio, non quello tra le pietre, ma il nostro, quello tra una madre e un figlio.

Rimettiamo gli scarponcini e riprendiamo a salire. Lasciamo alle nostre spalle i ruderi dell’Alpe Ventina, il cui utilizzo sembra essere attestato già in epoca Walser e ora è perpetrato da una famiglia di codirossi. La roccia sulla destra colpita dal sole emana un bagliore quasi accecante, come una lastra di peltro, anche il sentiero è disseminato di scaglie luminose. È ciò che rimane degli antichi fanghi dell’oceano perduto la cui genesi viene descritta dal geologo Francesco Prinetti che, a proposito di questo tratto, scrive: «il sentiero si fa d’un tratto polveroso e luccicante, mentre alcune pietre sui lati mostrano cristallini scuri in rilievo come una grattugia. 150 milioni di anni fa uno spruzzo di fango oceanico (argilla, calcare) si è insinuato fra le colate di magma basaltico, poi è sprofondato in subduzione come tutto il resto della placca oceanica. Ne è uscito con mica ferrifera di alta pressione che brilla sul sentiero, e con granati a volte limpidi che occhieggiano sui sassi».

Ancora una volta ci troviamo a dover abbandonare i tempi a cui siamo abituati e provare a ragionare in termini di ere geologiche ed ere glaciali. Tutto il vallone è un archivio a cielo aperto, così unico nel suo genere da aver meritato e continuare a meritare l’attenzione di diversi studiosi e geologi tra cui il celebre professor Giorgio Vittorio Dal Piaz. Professore ordinario presso l’università di Padova, socio di diverse istituzioni scientifiche nazionali, fra cui l’Accademia dei Lincei e l’Accademia delle Scienze di Torino, nonché presidente della Società Geologica Italiana nel biennio 1983-1984, negli anni ’90 Dal Piaz fece un appello per la costituzione del vallone delle Cime Bianche a “Parco dell’Oceano Perduto”. Nel 1990 affermava: «Ancor più che negli aspetti biologici, già al massimo livello scientifico e d’interesse turistico, l’eccellenza del vallone è legata alla sua eccezionale natura geologica».

L’eccezionalità risiede nel fatto che stiamo attraversando ciò che resta di un antico mare tropicale, parte dell’oceano della Tetide, che è stato chiuso e sollevato a seguito del lento scontro tra la placca europea e quella africana. Il fondo oceanico, ora riconoscibile dalle ofioliti verdi che si trovano in abbondanza, fu innalzato per oltre 3000 metri di quota e trascinò con sé le isole coralline che punteggiavano quell’antico mare. Queste sovrapposizioni materiche e cromatiche vengono descritte anche nel libro La terra degli Challant. Genti e paesi della Comunità montana dell’Evançon di Saverio Favre e Daniela Vicquéry in cui si legge che «All’interno della “zona delle pietre verdi” è presente una fascia di rocce calcareo-dolomitiche di età mesozoica, simili alle piattaforme carbonatiche attuali (tipo Bahamas) e alle Dolomiti».

Con un ultimo strappo sbuchiamo in un regno intricato, solcato da rigagnoli ambrati e sprofondato in verdi avvallamenti e torbiere. Ed eccole, là in fondo, la Gran Sometta a settentrione, il Bec Carrè in posizione centrale e la Pointe Sud. A vederle emergere così bianche sembra un’allucinazione. Il loro colore chiaro è dato dagli affioramenti calcarei risalenti al Triassico che risaltano sui calcescisiti e sulle rocce ofiolitiche circostanti, costituendo la naturale conclusione della fascia che ha accompagnato fin qui il nostro sguardo lungo la dorsale Tournalin-Roisetta.

Il paesaggio si compone davanti ai nostri occhi come una quinta teatrale: le praterie alpine punteggiate di fiori e torbiere, le elevazioni erbose, la nuda roccia screziata da infinite venature e cicatrici lasciate dal ghiaccio in ritiro, il bianco abbagliante della Gobba di Rollin contro il turchese del cielo. Una sequenza capace di disorientare, di creare un senso di vertiginosa perdita di scala in chi vi si trova immerso. Ogni volta che arrivo in questo punto ho bisogno di fermarmi, di assimilare il paesaggio e recuperare l’equilibrio annichilito del mio posto nel mondo. Mio figlio invece reagisce in maniera opposta, inizia a correre in tutte le direzioni, lui è parte del paesaggio e il paesaggio è parte di lui. Lo vedo che si inginocchia ad annusare il tenue profumo di cioccolato e vaniglia dei fiori di Nigritella nigra, una piccola orchidea dal colore bruno porpora, che qui cresce numerosa insieme a una miriade di campanule viola e piccoli fiorellini bianchi. Si rialza, corre verso una macchia gialla di asteracee, allunga un dito a far da ponte tra i petali e la sua mano per un piccolo coleottero simile ad una coccinella, ma dal corpo più allungato e dal colore un po’ sbiadito. Entrambi si studiano per un po’, poi lo riposa tra i fiori e riprende la sua corsa. Si lancia verso la frattura che si apre lungo la Comba d’Aventine, atterrando sulla torbiera che si srotola ai piedi dei resti dell’Alpe Varda. Salta da un acquitrino all’altro schizzandosi di acqua dorata e fango, supera umidi crepacci ricchi di vita facendosi strada tra il dedalo di ruscelli e i bianchi ciuffi di erioforo. Si guarda attorno, un puntino blu che spicca sullo sfondo verde, come una genziana in un prato.

Prima di raggiungermi, si arrampica su una roccia di serpentinite spruzzata di licheni color lime e mandarino e inizia a scandagliare l’aria e le pieghe delle rocce con il binocolo premuto sugli occhi. A un tratto si ferma, abbassa le lenti, le riporta agli occhi, le riabbassa di nuovo. Si gira verso di me e gesticolando muto mi fa segno di avvicinarmi. Lascio cadere lo zaino su alcuni sassi stuccati da cuscinetti di Silene exscapa e lo raggiungo sul suo pulpito di pietra. Mi passa il binocolo, gli occhi verdi che brillano come ofioliti bagnate di pioggia, mi indica dove guardare. Là ad est, al confine tra due mondi fatti uno di erba e l’altro di roccia, tre stambecchi ci stanno osservando dal loro regno scorniciato. La loro presenza silenziosa ci ricorda che noi qui siamo ospiti e ci ritroviamo istintivamente a parlare a bassa voce, come in un luogo sacro.

Gli stambecchi non sono gli unici animali ad aver fatto del vallone la propria dimora, tra i mammiferi troviamo anche il camoscio, l’ermellino, la lepre e la marmotta. Nidificano inoltre diversi uccelli, quali la coturnice, l’aquila reale, la pernice bianca, il gallo forcello, il fringuello alpino e il culbianco. Se si è fortunati è possibile anche avvistare il gheppio, il cuculo e l’averla, che con la sua inconfondibile mascherina nera sugli occhi se ne sta di vedetta tra cespugli spinosi che costituiscono la sua dispensa di cibo. Se trovate una cavalletta infilzata in una spina non può che essere opera sua.

Non è un caso che il vallone con la sua geologia, flora e fauna sia diventato sul finire del Settecento un immenso laboratorio culturale, in cui confluirono scienziati, geologi e naturalisti spinti dal desiderio “illuminista” di svelare i segreti di quei paesaggi, l’origine dei fossili, la nascita dei corsi d’acqua e la genesi dei ghiacciai. I quattro volumi dei Voyage dans les Alpes (1779-1996) del naturalista svizzero Horace-Bénedict de Saussure sono una delle opere fondanti della geologia e al contempo costituiscono uno dei primi esempi della letteratura di esplorazione. È proprio nel primo volume in cui de Saussure descrive il suo passaggio attraverso il vallone: «En trois petites heures de marche, depuis le Breuil, nous arrivâàmes au haut du col des Cimes-Blanches, autrement dit: Fenètre d’Aventines (que l’on me dit dans le précèdent voyage se nommer le Pian Tendre). Ces sommités séparent la paroisse d’Ayas de celle de ValTornanche. De là, en tirant à gauche ou au nordest, on peut venir dans une heure sous la montée du chàteau, qui est au-dessous de l’entrée du glacier, et de là, en une heure ou une heure et demie, a Saint-Théodule; c’est la route que prennent ceux qui d’Ayas vont à ZerMatt dans le Valais».

Seguiranno i viaggiatori romantici che inizieranno a guardare questo territorio con occhi diversi e una nuova sensibilità e lo ritrarranno in taccuini di viaggio arricchiti da schizzi o minuziose incisioni alpestri. Tra questi lo scrittore e alpinista Arthur Malkin (1803-1888) che il 9 agosto 1840 descrive esattamente il percorso fatto da noi nel suo diario, la scrittrice Jane H. Freshfield (1814-1901), l’irlandese John Ball (1818-1889), primo presidente dell’Alpine Club, il tedesco Karl Baedeker (1801-1859), fondatore della casa editrice delle note e omonime guide turistiche, lo scrittore e drammaturgo Giuseppe Giacosa (1847-1906) che ha utilizzato il vallone come sfondo per alcune sue novelle.

Non si sottraggono alla descrizione del vallone nemmeno uomini di montagna che qui erano di casa e che sono entrati nella storia dell’alpinismo, come Giovanni Gnifetti, Georges Carrel e l’Abbé Gorret, che trascorse ventun anni, dal 1884 al 1905 come rettore di Saint Jacques des Allemands, il borgo da cui siamo partiti.

Nutro un particolare affetto per l’Abbè Gorret, sarà per il suo carattere anticonformista che lo portava a odiare i compromessi e le ingiustizie o sarà per il suo essere uno spirito libero, «un montanaro che pensava da intellettuale e un intellettuale che agiva da montanaro» come scrive Enrico Camanni, probabilmente la mia simpatia deriva da entrambe le cose. Essere un uomo di fede non gli impedì di scalare le montagne e di amarle fino all’ultimo giorno di vita, volendole proteggere dalle ombre scure che iniziavano già a comparire all’orizzonte, quelle di un approccio frettoloso, superficiale e consumistico della montagna, che Gorret rappresentò nella dicotomia tra il turista e il viaggiatore: «I turisti partono con il treno più diretto e vanno al gran galoppo fino ai piedi delle montagne; per strada non vedono niente, perché non possono perdere tempo. […] Un viaggiatore che parta per la montagna lo fa perché cerca la montagna, e credo che rimarrebbe assai contrariato se vi ritrovasse la città che ha appena lasciato. […] Il vero viaggiatore si distingue a occhio […] dalla regolarità del passo e dal calcolo riflessivo e coraggioso dei rischi di un’escursione o di una scalata. Il turista novellino, invece, […] per il panico o la vanitosa imprudenza davanti al pericolo».

Morì il 4 novembre del 1907, ormai privato della parola da un ictus, ma ancora animato a battersi per la dignità dei suoi fratelli montanari e la conservazione delle sue montagne: «Maledizione! Patatras a tutti i miei vecchi entusiasmi!! Mi hanno informato di un progetto di cremagliera sul Monte Cervino. Orrore! La scienza si è inaridita fino al punto di distruggere, uccidendo la bellezza e la poesia? Orrore!». L’Abbè Gorret aveva anticipato di oltre un secolo i temi, ancora oggi dibattuti, del turismo alpino e della conservazione del patrimonio storico, naturale e culturale degli ambienti di montagna.

Mi chiedo cosa penserebbe oggi del progetto di collegamento funiviario che minaccia il vallone delle Cime Bianche e che, se realizzato, devasterebbe per sempre l’anima identitaria di questo ultimo baluardo selvaggio ricco di storia. Il baratto che ne conseguirebbe avrebbe un costo naturale, oltre che economico, incalcolabile e lascerebbe in eredità a chi verrà dopo di noi il più grande comprensorio sciistico d’Europa, nonché terzo al mondo, omologato dalle regole del mercato ad uso e consumo di un’idea di turismo ormai desueta e irrealizzabile per effetto dei cambiamenti climatici. Per realizzarlo occorrerebbe un massiccio disboscamento, là dove l’ombra di vecchi larici permette ora un sottobosco ricco di piccoli e succosi tesori, le praterie che abbiamo attraversato sarebbero stravolte dalle opere di sbancamento e costruzione dei piloni, buona parte delle zone umide verrebbe cancellata e il regime delle acque superficiali modificato per sempre. Dove ci troviamo noi ad osservare gli stambecchi dovrebbe sorgere addirittura una stazione intermedia. Non ci sarebbe più spazio per loro, i naturali abitanti di questo vallone, ma solo per piste destinate a camion e fuoristrada, rocce frantumate, parti di macchinari lasciate arrugginire ai bordi delle carrabili e pezzi di plastica che affiorano tra nuvole di polvere. L’effetto sarebbe quello di una rumorosa cava di sabbia, non più quello di un quieto giardino segreto. Non sono lugubri visioni immaginarie, ma scenari aberranti che in alcune zone sono già oggi realtà, basti percorrere in estate le piste di sci di Cervinia o le strade che portano al Bettaforca.

Parliamo di questo mentre siamo seduti ai piedi dell’Alpe Varda a mangiare un pezzo di cioccolato. Mio figlio mi ascolta, gli occhi che scorrono increduli il paesaggio, mi domando cosa stia pensando. Rimaniamo per un po’ fermi e in silenzio sulle pietre dove un tempo era posta la guardia sanitaria, quando giungevano notizie di epidemie nel Vallese. Solo dopo diverso tempo riesce a dar voce ai suoi pensieri: «Mamma, ma perché vogliono fare questo?». Le domande dei bambini sono sempre così limpide e dirette ed è spesso difficile trovare una spiegazione ai loro dubbi che non faccia sprofondare nella vergogna noi adulti. Gli rispondo con l’unica semplice verità che credo sia comprensibile anche ad un bambino di sei anni: «Per denaro». In realtà non deve essere così comprensibile, perché aggrotta la fronte e continua a guardare nel punto dove prima si trovavano i tre stambecchi. Senza voltarsi mi dice: «Ma cosa se ne fanno del denaro, se hanno già tutto questo gratis». Lo abbraccio, ci sentiamo piccoli quaggiù, piccoli e uniti.

Rimettiamo gli zaini in spalla e continuiamo verso nord, ma questa volta abbandoniamo il sentiero e usciamo fuori traccia. Il terreno si fa spugnoso, ad ogni passo il piede affonda e risale acqua bruna tra bollicine d’aria. Cerchiamo cuscinetti di muschio che sorreggano il nostro esplorare, tra il percorrere e il pensare, come canta Van De Sfroos. Il ritmo della canzone inizia ad affacciarsi e mi ritrovo a canticchiarla sottovoce, è una ballata con chitarra acustica e tamburello, i miei passi accompagnano la cadenza di un’invocazione che sembra essere evocata da uno sciamano. Mi accorgo che anche mio figlio sta stornellando qualcosa, credo abbia a che fare con un ladro gentiluomo, le parole in inglese vengono storpiate in buffi suoni. Ha messo da parte il velo cupo che prima lo aveva adombrato ed è tornato felice del suo vivere qui e ora.

Arriviamo fino all’Alpe Mase, gli occhi non riescono a contenere tutta la bellezza di questo luogo. Sullo sfondo verde brillante di soffici gobbe erbose spicca chiaro l’edificio. Ricorda il disegno di un bambino, l’archetipo di casa con la sua facciata bianca di calce illuminata dal sole, le aperture simmetriche e il tetto in lose a due spioventi. I fianchi, in pietra a vista, sono punteggiati di licheni arancioni e si confondono con le rocce che vi si appoggiano, creando un piccolo anfratto a monte. Da lontano sembra una stella cometa di pietra posatasi sul prato, la chioma formata dalle rocce che dal pendio scendono e terminano sul fianco dell’edificio, nucleo cometario.

Siamo gli unici essere umani, ma non ci sentiamo soli, ovunque sono presenti tracce che parlano di un passato più o meno remoto. Come scriveva Nan Shepherd nella sua meravigliosa opera La montagna vivente “Ci si sente in compagnia, se pur non nel tempo”. Su una roccia piatta, vicino all’entrata della baita, si deve essere sdraiato uno stambecco o un camoscio a beneficiare del calore assorbito dalla pietra, ciuffi di pelo color champagne sono sparsi tra mucchietti di palline nere. Lungo un rivolo di acqua, impresse nel terreno umido, ci sono impronte di diversi ungulati che proseguono fino al bordo di una conca a catino. Immergo la mano nell’acqua fredda, la luce radente del sole e il fondale luminoso, smosso da grosse rane dagli occhi cerchiati di giallo, illuminano la mia pelle donandole la lucentezza di un tesoro antico. I riflessi cangianti e l’effetto lente dell’acqua trasformano la mia mano, non la riconosco più. Ora le dita sono quelle grosse e deformate di un cavatore di pietra ollare che lavorava nelle cave qui vicine. I resti di frammenti lavorati al tornio e blocchi conici non torniti si possono ancora rintracciare numerosi nel vallone, memorie di pietra che sopravvivono al loro creatore. Il baluginio del sole sull’acqua imprime losanghe di luce sulla mia mano che ora è quella ruvida e graffiata di un mercante che cerca di placare la sete di un lungo viaggio. L’immagine viene risucchiata via dalle dita da anelli d’acqua orlati di luce che si sono formati a seguito del tuffo di una piccola rana con il dorso dorato. Al suo posto si ricompone un palmo chiaro. Le dita lunghe e ansiose di uno scienziato settecentesco, in cerca dell’origine del fuoco argentato che anima il fondale, sfumano in una mano affusolata di un letterato o un artista intento a lavare via macchie di inchiostro secco. Antiche vie, antiche storie che si sovrappongono come strati geologici e che continuano a vivere in questa pozza di acqua e nel paesaggio. Infinite narrazioni si schiudono dalle pieghe delle rocce, dalla vita degli abitanti di questo vallone e ci restituiscono uno dei capitoli più affascinanti dell’incontro tra l’uomo e i luoghi selvaggi. Queste storie potranno continuare il loro incomparabile narrare solo se preservate dall’avido e feroce sbranamento operato dall’uomo, che lascerebbe dietro di sé un territorio come tanti altri, povero e desolato.

Il tocco di piccole dita riporta la mia mano al presente. In quelle piccole dita, che frugano l’acqua, c’è tutta la speranza del futuro.

Clara

Referenze e letture consigliate

Libri

  • Enrico Camanni. Cieli di pietra. La vera storia di Amé Gorret. Vivalda Editori, 1997.
  • Annamaria Gremmo, Marco Soggetto. L’ ultimo vallone selvaggio. In difesa delle cime bianche. Con prefazioni di Alessandro Gogna e Francesco Sisiti, 2019. Libro fotografico.

Siti e pagine web

Documentari

Rodolfo Soncini Sessa, Guido Sagramoso. Ayas e la scomparsa della Krämerthal. https://youtu.be/mCV2D_GQAqM

Baite

«Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?».

La domanda del soldato Giuanin ha assunto nel tempo significati per me sempre più ampi. Quando lessi Il sergente nella neve ai tempi del liceo, ricordo che questa domanda, pronunciata in dialetto nel caposaldo italiano sul Don, mi colpì profondamente, come se racchiudesse, di per sé, l’intero senso del racconto di Rigoni Stern. Allora, ne confinavo però la forza e il significato a quel contesto estremo, la campagna di Russia e la ritirata nel rigido inverno del 1942-1943.

Per più di vent’anni, quelle parole sono rimaste silenti in un angolo cieco della mia memoria, finché una baita a 1.800 metri è entrata a far parte della mia vita. Con queste quattro mura sono arrivate anche nuove persone e nuove storie. Sono storie di partenze da quelle montagne e da quelle baite, talvolta sono storie di fughe compiute con un bagaglio leggero ma carico di speranze per una vita forse migliore.

Tutto è iniziato con l’arrivo delle strade, là dove prima c’erano solo le mulattiere. In molti se ne andarono. Chi è rimasto, e custodisce ancora oggi la memoria di quel periodo, rimpiange il baratto che ne è seguito. Le strade che avevano portato la modernità, nella forma dei primi trattori e dei primi macchinari a motore, avevano chiesto indietro un prezzo assai più alto, portandosi via le persone in un’emorragia di vita.

C’è chi ha superato le Alpi andandosene in Svizzera o in Francia e chi ha attraversato oceani verso l’America o l’Australia, oppure chi si è limitato a scendere in pianura raggiungendo la città, che poi voleva dire Torino o Milano.

Hanno lasciato case scomode, in pietra e legno, con i tetti di beole, senza servizi igienici e acqua corrente. Hanno lasciato le stalle, i fienili, i pascoli e i campi.

In tanti non hanno più calpestato questi luoghi, dimentichi delle loro origini e soddisfatti da ciò che avevano trovato altrove, molti invece hanno lasciato che il loro corpo venisse seppellito in una terra lontana e straniera insieme al desiderio di poter ritornare un giorno “a baita”, in pochi sono rimasti.

Molte valli si sono progressivamente spopolate e sono state riconsegnate al silenzio della natura, che si è ripresa gli spazi e le baite un tempo abitate, inghiottendole in un luogo che non appartiene più all’uomo. Rimangono solo i ruderi di una civiltà ormai sepolta dal passato e gli echi lontani di quei lanci sonori che una volta serpeggiavano tra gli alpeggi. Quel che resta è ora solo di rifugio per qualche selvatico.

Anche chi è rimasto ha spesso cercato di cambiare vita e tante baite sono state lasciate crollare, quasi fossero la memoria visiva di un passato di cui vergognarsi o da cancellare.

C’è anche chi, al contrario, ha deciso di risistemare quelle vecchie mura, per far pace con i propri fantasmi, o chi quelle mura ha deciso di non abbandonarle, se pur piene di spifferi e con un tetto che lascia filtrare la luce della luna, perché sempre meglio questa vita che rinchiudersi in un termitaio di città.

La montagna è un luogo bello e solenne nella sua magnificenza, ma difficile. I pascoli gialli di tarassaco, i pendii bianchi di crochi o le vallette umide e nascoste tappezzate di eriofori fanno spesso cadere nel retaggio romantico del “buon selvaggio” chi è straniero di questi luoghi, ma vivere in montagna vuol dire aggrapparsi con fatica alla terra, alla roccia e alla vita.

Mentre cammino per sentieri nascosti, lungo vecchi muri a secco che portano ad un pugno di baite diroccate, sono sopraffatta dalla bellezza selvatica di questi luoghi e dal conflitto interiore che deriva dal conoscere alcune delle storie difficili che un tempo vi hanno abitato.

In proposito, Robert Macfarlane nel suo libro Luoghi selvaggi: in viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste scrive:«I trascorsi di questi luoghi intorbidano e oscurano la loro attuale condizione di selvaticità; ci mettono in guardia da romanticismo e gaiezza. Chi si trova in questi paesaggi è preda di un dilemma: come è possibile amarli nel presente e al tempo stesso riconoscerne le storie tormentate?».

Macfarlane si riferisce al Nord della Scozia nel periodo delle clearances, quando le Highlands furono sgombrate e gli abitanti allontanati con la violenza o costretti a emigrare. Decine di migliaia di persone vennero obbligate con la forza dal reggimento Black Watch e da squadre armate ad abbandonare le loro case e furono caricate su navi dirette in America, Australia e Nuova Zelanda. L’alternativa all’esilio oltremare era la vita in città industriali come Glasgow, a lavorare come manodopera nelle fabbriche. Le loro fattorie furono sprangate, lasciate crollare e marcire inghiottite dall’edera e dal muschio, le loro terre lasciate alle pecore.

Nel dipinto di David Stratton Watt intitolato After the Highland Clearances si vedono una baita abbandonata e delle pecore che pascolano, un’immagine quasi di idillio pastorale se non se ne conoscesse la genesi e il contesto.

Watt, David Stratton; After the Highland Clearances; NHS Tayside; http://www.artuk.org/artworks/after-the-highland-clearances-134476

Qui in valle non è venuto nessuno ad estirpare le genti dalla propria terra con la forza, non ci sono state né fattorie incendiate, né ribellioni sedate con la violenza dall’esercito, ma si è insinuata una forza più silenziosa e apparentemente benevola, quella del progresso, che ha fatto nascere il desiderio di avere qualcosa di più, qualcosa di diverso. E così, in molti hanno lasciato le loro baite e hanno barattato la loro libertà con il desiderio.

Non biasimo questa scelta, non potrei mai farlo e non sono neanche contraria al progresso. Il mio pensiero può essere ben rappresentato dalla citazione che ho trovato nella raccolta di scritti di Jhon Muir intitolata Andare in montagna è tornare a casa: «Non cieca opposizione al progresso, ma opposizione a un progresso cieco». Mi limito ad esplorare i segni dell’assenza umana che rimangono nel paesaggio.

Proseguo lungo un sentiero appena visibile, abbozzato sul terreno dal passaggio di camosci e caprioli, ne vedo le impronte impresse sul terreno fangoso come se fossero state lasciate dai timbri degli animali del bosco di mio figlio. Alcune sono impronte grandi e profonde che fanno pensare a un animale non più giovane e indubbiamente pesante, i bordi nitidi rivelano che non andava di fretta e sicuramente si era preso del tempo per alleggerirsi, ne sono la prova dei mucchietti neri con palline che arrivano fino a un centimetro di diametro.

La tarda primavera è il periodo migliore per andare fuori traccia, la neve si è già sciolta sull’ adret e le macchie di ortiche non sono ancora cresciute così tanto da rendere i passaggi impraticabili o costringermi a nuotare a braccia alzate tra foglie e fusti urticanti. Nei punti più stretti, devo appoggiare le mani a terra su ciuffi d’erba verde chiaro che pungono come spilli. I calici bianchi semiaperti di Pulsatilla vernalis spuntano già dal suolo e anticipano la fioritura dell’altro anemone, la Pulsatilla alpina, che a partire da giugno riempie il sottobosco con il suo giallo tenue.

Faccio srotolare lo sguardo verso la gola stretta e buia che scende alla mia sinistra, la pendenza diventa subito così ripida che nasconde alla vista ciò che sta appena sotto: un gruppo di baite affiancate che poggiano arroccate a strapiombo sulla valletta laterale, chiusa a sud da montagne nere e boscose.

Mi lascio scivolare e raggiungo la costruzione più grande. Come le altre, sfrutta la pendenza appoggiandosi al declivio, ma diversamente dalle altre ha qualcosa di signorile. Emerge dal prato, come un nido in pietra e legno, con una finezza ricercata nella cura di alcuni dei dettagli che ancora rimangono. Ha una base in pietra che guarda verso valle, con una porta intagliata e sprangata all’interno dalle travi cadute. Un’unica finestrella, con una cornice in legno e sbarrata da un’inferriata a croce, si apre verso sud. Sbircio all’interno, all’inizio non riesco a vedere nulla, poi gli occhi si abituano all’oscurità. Pagliuzze dorate danzano contro colonne di luce provenienti dall’alto, l’angolo di caduta della luce e l’angolo opposto di pendenza dei travetti crollati si combina a creare una grata a protezione di una vecchia loppa fissata sulla parete di fondo. È un legno scandito da fori realizzati a distanza regolare a cui venivano legate le mucche e sarà lungo almeno sei metri.

Nella penombra scorgo un movimento repentino, un piccolo fantasma sgusciante tra i ruderi, sbatto le palpebre per cercare di vedere meglio, ma non c’è più nulla. Un rumore strisciante mi fa voltare il capo, faccio appena in tempo a vedere una volpe fulva, dalla coda sbuffante con la punta bianca e una macchia terminale nera. Sfreccia lungo la traccia da cui sono arrivata e in cinque secondi è già svanita.

Con il cuore che batte forte giro attorno alla baita e risalgo il terreno, il tarassaco nasconde una vecchia scaletta in pietra che porta a monte, dietro la costruzione, dove un tempo doveva esserci l’ingresso al piano superiore. Di questo livello non rimane più nulla, il tetto è crollato e anche le pareti in legno giacciono sotto una coperta di lose punteggiate da licheni verdi e gialli. Si intravvedono però ancora i pilastri in legno, svasati verso l’alto, che sostenevano il piano sovrastante. Quest’ultimo era sollevato dallo zoccolo in pietra mediante un’intercapedine areata, definita da una serie di strutture a fungo dal gambo in legno e con un cappello piatto in pietra. L’intercapedine, che normalmente aveva un’altezza di circa sessanta centimetri, veniva realizzata per preservare dall’umidità del terreno i locali destinati all’essiccazione e alla conservazione dei fieni o di altre risorse agricole.

Ciò che rimane del corpo superiore lascia intuire pareti in legno di larice o di abete che dovevano provenire sicuramente dai boschi circostanti. Il taglio veniva fatto alla luna buona, ovvero decrescente, e si eseguiva durante gli inverni approfittando della neve per trasportare i tronchi. Analisi dendrocronologiche applicate a edifici presenti in valle, con la data di fine cantiere incisa sui colmi, hanno rivelato che il taglio dei larici o degli abeti solitamente avveniva durante l’autunno o l’inverno precedente la costruzione o al massimo pochi anni prima.

Spesso veniva utilizzato anche materiale di recupero. I ruderi di edifici, che durante l’inverno soccombevano sotto il peso della neve o la forza travolgente delle valanghe, rinascevano in primavera come riserve per materiale da costruzione. Le pietre erano già a portata di mano, già lavorate e pronte ad un uso nuovo. Tutto quello che si poteva recuperare veniva riutilizzato e rimesso in opera. Lo spreco non era tollerato allora come ora.

Mentre per la costruzione del basamento in pietra non erano richieste grandi conoscenze ma semplici nozioni di statica, per la parte superiore in legno occorreva avere una certa dimestichezza con le proprietà fisiche del materiale, conoscere le sue alterazioni in presenza di pesi, sollecitazioni, umidità e variazioni di temperatura. Occorrevano anche abilità nell’intaglio per poter realizzare giunzioni angolari solide, che permettessero di avere i corsi dei tronchi combacianti e le pareti ortogonali chiuse, ma anche incastri a doppia battuta o a coda di rondine e raccordi con chiodi in legno.

Non a caso tutta la valle è stata percorsa da abili carpentieri a partire dal medioevo fino alla metà del Settecento quando l’Editto Reale, emanato il 28 aprile 1757, regolò drasticamente per una generazione il taglio nei boschi della Valle d’Aosta, favorendo il consumo del legname per la metallurgia.

Accarezzo con gli occhi il profilo di quei ruderi fino all’estremità orientale dell’edificio principale, dove è stato aggiunto un piccolo volume in pietra. Ne rimane solo la parete a timpano che appare inclinata e slittata poco più a valle.

Mi ricorda la Jumping Church di Kildemock, nella contea di Louth in Irlanda, il cui frontone ovest sorge spostato di quasi un metro rispetto alle sue stesse fondamenta. Diverse leggende sono nate per spiegare questo fatto insolito e nei secoli sono stati avanzati svariati tentativi di dare una spiegazione razionale all’accaduto, ma ancora oggi rimane un mistero come questo muro possa essersi spostato rimanendo pressoché intatto. La tradizione popolare narra che quando la chiesa era già in rovina, un individuo dalla reputazione inappropriata fu sepolto all’interno del perimetro della chiesa in prossimità del frontone. La struttura ritenendosi oltraggiata, ed essendo evidentemente dotata di poteri soprannaturali, saltò verso l’interno, oltrepassando il cadavere, così che le sue ossa impenitenti rimanessero al di fuori del terreno sacro della chiesa in rovina. Un altro racconto popolare, che ricerca invece una spiegazione più terrena, afferma che il giorno della candelora del 1715 una violenta tempesta fece sollevare e depositare il muro dove si trova ora. 

https://www.visitlouth.ie

La targa presente sul sito recita: «This wall by its pitch, tilt and position can be seen to have moved three feet from its foundation. Contemporary accounts mention a severe storm in 1715 when the wall was lifted and deposited as it now stands but local tradition states that the wall jumped inwards to exclude the grave of an excommunicated person».

Qui non ci sono state tempeste con tali doti, né sepolture di impenitenti che potessero irritare la sensibilità di vecchi muri, ma solo il lento e inesorabile scorrere del tempo.

Anche qui, però, è possibile percepire qualcosa di trascendente, come se questo semplice mucchio di sassi fosse in realtà la porta per un’altra dimensione, un luogo di mezzo dove scivolare da questo mondo a un altro, da questo tempo a uno più antico.

Quando mi accosto a tali luoghi abbandonati, delle voci fantasma iniziano a rivolgersi a me sussurrando una storia che prende forma mentre cammino tra i ruderi, baita dopo baita, epoca dopo epoca. Sono echi lontani che mi attirano verso questi nidi di pietra e legno, incantandomi e tessendo i loro bisbigli in un racconto frammentato che si costruisce e si frantuma passo dopo passo, pezzo dopo pezzo.

Mi siedo nella curva gentile di un terrazzamento a monte dei ruderi, il pensiero corre al quadro di David Stratton Watt e un desiderio mi travolge come una marea improvvisa: voglio tornare “a baita”.

Clara

Nota: per le informazioni sull’uso del legname ho attinto dal documento “Atti del Convegno di Carcoforo, 27 e 28 settembre 2008. Di legno e pietra. La casa nella montagna valsesiana.”

Disgelo

Credo che questo luogo non sia mai tanto desolato, e al contempo ricco di promesse, quanto in alcune giornate di inizio primavera. Qui, sull’adret, la nebbia, la pioggia e il sole stanno gradualmente sciogliendo la neve, che si ritrae dai pascoli in laceri brandelli sporchi. Dove rimane aggrappata al terreno, nel suo tenace resistere, diventa altro: una corazza dura e granulosa che non si lascia percorrere o scalfire. Una sostanza così diversa da quella che era in origine, coperta soffice e fine, custode temporanea di centinaia di impronte.

Laddove la neve si è già sciolta, «il gelo esce dal terreno come un quadrupede in letargo esce dalla sua tana, e va in cerca del mare al suono della musica, o migra verso altri climi sulle nuvole. Il disgelo, con la sua gentile persuasione, è più potente di Thor col suo martello. Quello fonde, l’altro fa semplicemente a pezzi», come scriveva Thoreau.

Il disgelo restituisce.

Restituisce l’acqua, il terreno, i sentieri, restituisce ciò che resta di quelle vite che il gelo si è portato via. In questo prendere e riconsegnare c’è una storia che si ripete ogni anno, sempre uguale e sempre diversa.

Penso all’impermanenza delle cose e all’armonia che ne deriva dalla sua accettazione, e intanto, molto meno poeticamente, raccolgo rifiuti. Anche loro vengono restituiti dal disgelo: guanti, skipass, bottigliette di plastica, incarti di barrette energetiche. Li infilo nello zaino e continuo a salire verso i laghi.

È una sorta di pellegrinaggio che compio ogni anno, il mio modo di dare l’arrivederci all’inverno e salutare la primavera.

Durante la salita, tutti i miei sensi sono in allerta, anche loro si stanno risvegliando dal torpore invernale e cercano di cogliere i primi segni della nuova stagione. Il canto di un cuculo che arriva da lontano, lo squittio di uno scoiattolo comune che ha ormai quasi finito le sue scorte, il cricchiare del sottobosco, che ritorna a suonare solleticato dal passaggio di qualche selvatico. Sbuffi di profumo dolce e balsamico riprendono a salire tiepidi dal terreno umido, dopo essere stati coperti e attutiti per mesi dalla neve.

Il pellegrinaggio ai laghi segna un inizio che si ripete circolarmente, sempre carico di emozioni e aspettative. È l’inizio di un nuovo viaggio che, parafrasando Nan Shepherd, avviene attraverso e dentro la montagna. Un viaggio che percorro dal disgelo fino a quando cade fitta la prima neve, che rende instabili i pendii e i canaloni.

Allora, chi conosce questi luoghi sa che è arrivato il momento di aspettare, perché anche la montagna ha il diritto di riposare indisturbata sotto la sua trapunta bianca. E anche per me arriva il momento di sedere accanto al camino e di mettere in ordine quello che ho conosciuto, imparato e scoperto, tanto fuori quanto dentro di me. Ogni anno il viaggio di conoscenza riprende da un punto più alto.

In questo viaggio porto sempre con me una mappa cartacea della valle, anche se ormai dovrei avere familiarità con ogni anfratto. Tuttavia, più la conoscenza di questi luoghi si amplia, più sento il bisogno di scendere di scala, di passare dal generale al particolare. E così, la mappa che ho nello zaino, sempre la stessa da anni e ormai logora ai bordi, si adatta alla mia mappa interiore, mutevole in scala e topografia. A volte sono le curve di livello ad emergere in altezza, altre volte sono i laghi ad affondare a profondità lasciate solo all’immaginazione. Sopraggiungono anche momenti in cui l’occhio vede solo lo scorrere impetuoso dei torrenti al disgelo o il corpo riesce a percepire l’alito freddo che risale dalle fauci azzurre dei crepacci, invisibili tagli nascosti nel bianco della carta.

Oggi è il suono ritrovato dell’acqua a muovere i miei passi e a confondersi con il canto liquido della ballerina bianca (Motacilla Alba).

Da uno squarcio nel bosco di larici e abeti, risalente a una valanga del 2009, scorgo appena sotto di me l’abitato di Moucheroulaz, un pugno di case in pietra che spicca su un pascolo uniforme come un campo da golf. La luce filtra a bacchette tra le nuvole e illumina questo paesaggio alla stregua di una scenografia teatrale, un fugace miracolo di bellezza, che mi prendo il tempo di assaporare prima di ricominciare la salita.

È incredibile come certe manifestazioni si svelino per periodi di tempo così brevi, non è un mostrarsi schivo, ma più un momentaneo donarsi, a cui anche all’uomo, ogni tanto, è concesso il privilegio di assistere.

Continuo a salire sbucando dagli alberi all’inizio della valletta dei laghi. Ancora prima della vista, è l’udito a dirmi dove mi trovo. Un gorgogliare dapprima soffocato diventa, a mano a mano che procedo, uno scrosciare intenso. Sono improvvisamente travolta da un senso di felicità e, senza quasi più sentire la fatica, avanzo inebriata da quella musica, con tutti i sensi che si schiudono definitivamente, come corolle nel disgelo. Sento il mio corpo fremere dal desiderio di partecipare a quell’effervescenza. Sono presto accontentata, poiché nel punto in cui il sentiero incrocia il torrente Chamen non c’è più nessun passaggio, probabilmente sommerso dall’intensità della corrente.

Mi levo quindi gli scarponi, annodandoli insieme per le stringhe, arrotolo i pantaloni fin sopra al ginocchio e mi preparo a guadare la schiuma bianca e forte che ribolle davanti ai miei occhi. Ma prima di immergermi, rimango un po’ sul ciglio a godere della sensazione dei piedi nudi a contatto con la roccia. Ne percepisco il tepore nei punti colpiti dal sole e il freddo intenso nelle zone in ombra, ne sento la superficie ruvida e spigolosa oppure liscia e levigata. Memorizzo queste impressioni tattili, sorridendo al pensiero di quella che potrebbe essere invece la percezione che hanno le rocce di me, del contatto con i miei piedi.

Mi vengono allora in mente le parole di Robert Macfarlane che nel suo libro Le antiche vie. Un elogio del camminare scrive: «esistono forme di conoscenza rese possibili solo dai piedi, così come ci sono ricordi di luoghi che solo i piedi sanno rievocare».

Il contatto della pelle con l’acqua è quasi doloroso, il freddo mi invade con una sensazione liquida che risale fino a comprimermi i polmoni. Procedo cauta per non cadere, in alcune zone d’ombra le rocce che affiorano sono ancora glassate da un sottile strato di ghiaccio, la forza dell’acqua mi investe furiosa e barcollo fino all’altra sponda in equilibrio dinamico. Emergo con i piedi e le gambe rosse come fossero scottate dal sole.

Rimetto, riluttante, calze e scarponi e in un atto di ribellione abbandono il sentiero tracciato per risalire un ampio poggio erboso che con varie gibbosità mi porta all’ingresso di un anfiteatro naturale, chiuso sulla destra da una massiccia bastionata, costellata da rastrelliere di lance di roccia con le punte ancora innevate, e sulla sinistra da ripidi pendii erbosi. Arrivare nel circo glaciale è come varcare un passaggio temporale ed entrare in un’altra era geologica. Il solco in cui mi trovo è stato scavato dal moto plastico di un antico ghiacciaio minore che confluiva nella lingua glaciale maggiore dell’Evançon.

Nell’ultima fase glaciale del Pleistocene, nota come grande glaciazione di Würm, un’enorme massa ghiacciata scendeva dall’attuale Monte Rosa lungo il profondo solco dell’Evançon e confluiva nel sottostante ghiacciaio Balteo, un’altra immensa estensione glaciale che, dall’attuale Monte Bianco, occupava l’intera valle della Dora Baltea.

Lo stesso ghiacciaio Balteo, durante la fase wurmiana, che raggiunse il suo culmine circa 24.000 anni fa, risalì verso la valle di Challand superando il Col de Jeux e spingendosi fino a dove mi trovo ora.

L’immagine dell’avanzata del ghiaccio sulla valle mi ricorda la descrizione che Macfarlane fa nel libro Luoghi selvaggi: in viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste in cui, parlando dei primi ghiacciai di Skye, scrive: «Perché proprio come un fiume prende vita da una goccia che stilla su una china, un ghiacciaio inizia da un fiocco di neve che si deposita in una cavità. Il fiocco diventa un cumulo e il cumulo, sotto il proprio peso, si sinterizza in ghiaccio. Ghiaccio che trabocca dalla cavità e, seguendo la spinta della propria massa addensata, scivola per cenge e ghiaioni, percorrendo e allargando i canali già scavati dal deflusso delle acque».

I ghiacciai, che plasmarono il paesaggio attorno a me, impiegarono quasi 10.000 anni per liberare le terre sottostanti, spianandole e smussandole. Un disgelo che ha percorso una distanza temporale difficile da visualizzare e che ha ceduto il passo ai laghi e ai corsi d’acqua, che oggi continuano l’opera dei loro predecessori, più lentamente ma con altrettanto vigore.

In bilico sull’orlo del tempo, percorro l’ultimo tratto. Ci sono ancora alcune chiazze di neve ai piedi del bastione roccioso, si innalzano in accumuli modellati dal vento a formare onde di ghiaccio azzurro. Sembra un mare in tempesta che si è improvvisamente cristallizzato.

Superato l’ultimo dosso, arrivo al primo dei due laghi alla quota di 2.437 metri sul livello del mare, dei due bacini è quello minore, con una superficie di circa 2.765 metri quadrati. La zona centrale è ancora parzialmente ghiacciata mentre le sue sponde hanno iniziato a fondersi nei toni pastello del verde, del grigio e dell’ocra. In pochi si fermano ai suoi margini, la maggior parte delle persone, che giunge qui in estate, preferisce dirigersi al lago maggiore che si trova appena quindici metri più in alto. A me invece piace accostarmi alla sua riva e scandagliare con lo sguardo il fondale.

In tarda primavera, se si è fortunati, è possibile assistere ad un incredibile miracolo di vita, la deposizione delle uova delle rane. È un privilegio raro riuscire a trovarsi nel posto giusto al momento giusto, a me è capitato solo una volta e non lo dimenticherò mai. In quell’occasione contai più di cinquanta rane intente a deporre le uova, le piccole teste appena fuori dall’acqua, minute protuberanze dello stesso colore delle sponde fangose, gli occhietti come spilli neri bordati di giallo. Al mio passaggio sparivano lasciando solo delle increspature concentriche per poi riemergere appena mi allontanavo. Mi ricordarono quei giochi che si vedono a volte alle giostre. Tornai qualche giorno dopo, nessuna traccia di quello che era successo, non vi era più una sola rana, ma ai bordi del lago sembrava che un frammento di universo fosse caduto nell’acqua, una nebulosa gelatinosa composta da migliaia di uova che in un paio di settimane si sarebbero schiuse, lasciando il posto a innumerevoli girini.

Lascio il lago alla mia destra e salgo l’ultima gobba di neve. Tutt’attorno è una ragnatela di vene d’acqua che emettono un borbottio soffocato. Nei punti in cui il terreno emerge, il piede affonda, facendo affiorare l’acqua del disgelo. Il lago Chamen, con la sua superficie di 19.750 metri quadrati, si può ancora solo intuire, una fascia azzurro quarzo ne segna il perimetro, tutto il resto è ancora avvolto in un bianco latte opalescente. Mi siedo su un masso che sporge, ultimo baluardo asciutto.

Mi domando per quanto tempo potrò ancora assistere a questa metamorfosi del paesaggio e se mio figlio da grande potrà godere anche lui di questi momenti. Sin da piccolo ha sempre accompagnato me e suo papà in montagna, ed è grazie a lui se ho iniziato a vedere le meraviglie del mondo delle piccole cose e a scoprire come il più delle volte alcune delle opere più sublimi della natura siano quelle in miniatura. Mi ha accompagnato in una sorta di disgelo visivo con il suo entusiasmo e il suo desiderio di conoscenza, mostrandomi con occhi nuovi i paesaggi vicini.

Prima di lui, la mia vita in montagna era tutta una tensione alle vette, con quell’approccio un po’ arrogante di conquista che spesso anima gli alpinisti.

Con lui ho reimparato ad usare i mei sensi, esattamente come scrive Rachel Carson nel libro Brevi lezioni di meraviglia – Elogio della natura per genitori e figli: «Esplorare la natura con vostro figlio significa principalmente diventare ricettivi verso ciò che vi circonda. Significa imparare di nuovo ad usare gli occhi, le orecchie, le narici e i polpastrelli, riattivando i canali delle percezioni sensoriali in disuso».

Ora le cime più alte e i ghiacciai li guardo dal basso, senza rimpianto, solo con quell’affetto che si può provare per un vecchio caro amico. E anche col dispiacere nel cuore di fronte al senso di impotenza nel vederli, anno dopo anno, trasformarsi così rapidamente e in maniera irreversibile.

Credo che sia la mia personale versione di solastalgia, un neologismo coniato nel 2003 dal filosofo australiano Glenn Albrecht, che nasce dalla combinazione della parola latina solacium (conforto) e della radice greca –algia (dolore). È un tipo di nostalgia di casa o malinconia che si manifesta quando ci si trova in un ambiente familiare che sta subendo mutamenti repentini e assolutamente negativi e tali trasformazioni esulano totalmente dal nostro controllo.

Forse è anche per questo motivo che ogni anno in primavera salgo fin qui, al capezzale di questa valletta in fusione, temendo ogni volta che sia il mio ultimo disgelo.

Clara

Nota: per le informazioni relative all’ultima fase glaciale ho fatto riferimento alla pagina “Sezione Naturalistica e Culturale” del sito Varasc.it, che a sua volta rimanda agli scritti degli studiosi Umberto Monterin e Federico Sacco. http://www.varasc.it/getpage.aspx?id=17&sez=8