Credo che questo luogo non sia mai tanto desolato, e al contempo ricco di promesse, quanto in alcune giornate di inizio primavera. Qui, sull’adret, la nebbia, la pioggia e il sole stanno gradualmente sciogliendo la neve, che si ritrae dai pascoli in laceri brandelli sporchi. Dove rimane aggrappata al terreno, nel suo tenace resistere, diventa altro: una corazza dura e granulosa che non si lascia percorrere o scalfire. Una sostanza così diversa da quella che era in origine, coperta soffice e fine, custode temporanea di centinaia di impronte.
Laddove la neve si è già sciolta, «il gelo esce dal terreno come un quadrupede in letargo esce dalla sua tana, e va in cerca del mare al suono della musica, o migra verso altri climi sulle nuvole. Il disgelo, con la sua gentile persuasione, è più potente di Thor col suo martello. Quello fonde, l’altro fa semplicemente a pezzi», come scriveva Thoreau.
Il disgelo restituisce.
Restituisce l’acqua, il terreno, i sentieri, restituisce ciò che resta di quelle vite che il gelo si è portato via. In questo prendere e riconsegnare c’è una storia che si ripete ogni anno, sempre uguale e sempre diversa.
Penso all’impermanenza delle cose e all’armonia che ne deriva dalla sua accettazione, e intanto, molto meno poeticamente, raccolgo rifiuti. Anche loro vengono restituiti dal disgelo: guanti, skipass, bottigliette di plastica, incarti di barrette energetiche. Li infilo nello zaino e continuo a salire verso i laghi.
È una sorta di pellegrinaggio che compio ogni anno, il mio modo di dare l’arrivederci all’inverno e salutare la primavera.
Durante la salita, tutti i miei sensi sono in allerta, anche loro si stanno risvegliando dal torpore invernale e cercano di cogliere i primi segni della nuova stagione. Il canto di un cuculo che arriva da lontano, lo squittio di uno scoiattolo comune che ha ormai quasi finito le sue scorte, il cricchiare del sottobosco, che ritorna a suonare solleticato dal passaggio di qualche selvatico. Sbuffi di profumo dolce e balsamico riprendono a salire tiepidi dal terreno umido, dopo essere stati coperti e attutiti per mesi dalla neve.
Il pellegrinaggio ai laghi segna un inizio che si ripete circolarmente, sempre carico di emozioni e aspettative. È l’inizio di un nuovo viaggio che, parafrasando Nan Shepherd, avviene attraverso e dentro la montagna. Un viaggio che percorro dal disgelo fino a quando cade fitta la prima neve, che rende instabili i pendii e i canaloni.
Allora, chi conosce questi luoghi sa che è arrivato il momento di aspettare, perché anche la montagna ha il diritto di riposare indisturbata sotto la sua trapunta bianca. E anche per me arriva il momento di sedere accanto al camino e di mettere in ordine quello che ho conosciuto, imparato e scoperto, tanto fuori quanto dentro di me. Ogni anno il viaggio di conoscenza riprende da un punto più alto.
In questo viaggio porto sempre con me una mappa cartacea della valle, anche se ormai dovrei avere familiarità con ogni anfratto. Tuttavia, più la conoscenza di questi luoghi si amplia, più sento il bisogno di scendere di scala, di passare dal generale al particolare. E così, la mappa che ho nello zaino, sempre la stessa da anni e ormai logora ai bordi, si adatta alla mia mappa interiore, mutevole in scala e topografia. A volte sono le curve di livello ad emergere in altezza, altre volte sono i laghi ad affondare a profondità lasciate solo all’immaginazione. Sopraggiungono anche momenti in cui l’occhio vede solo lo scorrere impetuoso dei torrenti al disgelo o il corpo riesce a percepire l’alito freddo che risale dalle fauci azzurre dei crepacci, invisibili tagli nascosti nel bianco della carta.
Oggi è il suono ritrovato dell’acqua a muovere i miei passi e a confondersi con il canto liquido della ballerina bianca (Motacilla Alba).
Da uno squarcio nel bosco di larici e abeti, risalente a una valanga del 2009, scorgo appena sotto di me l’abitato di Moucheroulaz, un pugno di case in pietra che spicca su un pascolo uniforme come un campo da golf. La luce filtra a bacchette tra le nuvole e illumina questo paesaggio alla stregua di una scenografia teatrale, un fugace miracolo di bellezza, che mi prendo il tempo di assaporare prima di ricominciare la salita.
È incredibile come certe manifestazioni si svelino per periodi di tempo così brevi, non è un mostrarsi schivo, ma più un momentaneo donarsi, a cui anche all’uomo, ogni tanto, è concesso il privilegio di assistere.
Continuo a salire sbucando dagli alberi all’inizio della valletta dei laghi. Ancora prima della vista, è l’udito a dirmi dove mi trovo. Un gorgogliare dapprima soffocato diventa, a mano a mano che procedo, uno scrosciare intenso. Sono improvvisamente travolta da un senso di felicità e, senza quasi più sentire la fatica, avanzo inebriata da quella musica, con tutti i sensi che si schiudono definitivamente, come corolle nel disgelo. Sento il mio corpo fremere dal desiderio di partecipare a quell’effervescenza. Sono presto accontentata, poiché nel punto in cui il sentiero incrocia il torrente Chamen non c’è più nessun passaggio, probabilmente sommerso dall’intensità della corrente.
Mi levo quindi gli scarponi, annodandoli insieme per le stringhe, arrotolo i pantaloni fin sopra al ginocchio e mi preparo a guadare la schiuma bianca e forte che ribolle davanti ai miei occhi. Ma prima di immergermi, rimango un po’ sul ciglio a godere della sensazione dei piedi nudi a contatto con la roccia. Ne percepisco il tepore nei punti colpiti dal sole e il freddo intenso nelle zone in ombra, ne sento la superficie ruvida e spigolosa oppure liscia e levigata. Memorizzo queste impressioni tattili, sorridendo al pensiero di quella che potrebbe essere invece la percezione che hanno le rocce di me, del contatto con i miei piedi.
Mi vengono allora in mente le parole di Robert Macfarlane che nel suo libro Le antiche vie. Un elogio del camminare scrive: «esistono forme di conoscenza rese possibili solo dai piedi, così come ci sono ricordi di luoghi che solo i piedi sanno rievocare».
Il contatto della pelle con l’acqua è quasi doloroso, il freddo mi invade con una sensazione liquida che risale fino a comprimermi i polmoni. Procedo cauta per non cadere, in alcune zone d’ombra le rocce che affiorano sono ancora glassate da un sottile strato di ghiaccio, la forza dell’acqua mi investe furiosa e barcollo fino all’altra sponda in equilibrio dinamico. Emergo con i piedi e le gambe rosse come fossero scottate dal sole.

Rimetto, riluttante, calze e scarponi e in un atto di ribellione abbandono il sentiero tracciato per risalire un ampio poggio erboso che con varie gibbosità mi porta all’ingresso di un anfiteatro naturale, chiuso sulla destra da una massiccia bastionata, costellata da rastrelliere di lance di roccia con le punte ancora innevate, e sulla sinistra da ripidi pendii erbosi. Arrivare nel circo glaciale è come varcare un passaggio temporale ed entrare in un’altra era geologica. Il solco in cui mi trovo è stato scavato dal moto plastico di un antico ghiacciaio minore che confluiva nella lingua glaciale maggiore dell’Evançon.
Nell’ultima fase glaciale del Pleistocene, nota come grande glaciazione di Würm, un’enorme massa ghiacciata scendeva dall’attuale Monte Rosa lungo il profondo solco dell’Evançon e confluiva nel sottostante ghiacciaio Balteo, un’altra immensa estensione glaciale che, dall’attuale Monte Bianco, occupava l’intera valle della Dora Baltea.
Lo stesso ghiacciaio Balteo, durante la fase wurmiana, che raggiunse il suo culmine circa 24.000 anni fa, risalì verso la valle di Challand superando il Col de Jeux e spingendosi fino a dove mi trovo ora.
L’immagine dell’avanzata del ghiaccio sulla valle mi ricorda la descrizione che Macfarlane fa nel libro Luoghi selvaggi: in viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste in cui, parlando dei primi ghiacciai di Skye, scrive: «Perché proprio come un fiume prende vita da una goccia che stilla su una china, un ghiacciaio inizia da un fiocco di neve che si deposita in una cavità. Il fiocco diventa un cumulo e il cumulo, sotto il proprio peso, si sinterizza in ghiaccio. Ghiaccio che trabocca dalla cavità e, seguendo la spinta della propria massa addensata, scivola per cenge e ghiaioni, percorrendo e allargando i canali già scavati dal deflusso delle acque».
I ghiacciai, che plasmarono il paesaggio attorno a me, impiegarono quasi 10.000 anni per liberare le terre sottostanti, spianandole e smussandole. Un disgelo che ha percorso una distanza temporale difficile da visualizzare e che ha ceduto il passo ai laghi e ai corsi d’acqua, che oggi continuano l’opera dei loro predecessori, più lentamente ma con altrettanto vigore.
In bilico sull’orlo del tempo, percorro l’ultimo tratto. Ci sono ancora alcune chiazze di neve ai piedi del bastione roccioso, si innalzano in accumuli modellati dal vento a formare onde di ghiaccio azzurro. Sembra un mare in tempesta che si è improvvisamente cristallizzato.

Superato l’ultimo dosso, arrivo al primo dei due laghi alla quota di 2.437 metri sul livello del mare, dei due bacini è quello minore, con una superficie di circa 2.765 metri quadrati. La zona centrale è ancora parzialmente ghiacciata mentre le sue sponde hanno iniziato a fondersi nei toni pastello del verde, del grigio e dell’ocra. In pochi si fermano ai suoi margini, la maggior parte delle persone, che giunge qui in estate, preferisce dirigersi al lago maggiore che si trova appena quindici metri più in alto. A me invece piace accostarmi alla sua riva e scandagliare con lo sguardo il fondale.

In tarda primavera, se si è fortunati, è possibile assistere ad un incredibile miracolo di vita, la deposizione delle uova delle rane. È un privilegio raro riuscire a trovarsi nel posto giusto al momento giusto, a me è capitato solo una volta e non lo dimenticherò mai. In quell’occasione contai più di cinquanta rane intente a deporre le uova, le piccole teste appena fuori dall’acqua, minute protuberanze dello stesso colore delle sponde fangose, gli occhietti come spilli neri bordati di giallo. Al mio passaggio sparivano lasciando solo delle increspature concentriche per poi riemergere appena mi allontanavo. Mi ricordarono quei giochi che si vedono a volte alle giostre. Tornai qualche giorno dopo, nessuna traccia di quello che era successo, non vi era più una sola rana, ma ai bordi del lago sembrava che un frammento di universo fosse caduto nell’acqua, una nebulosa gelatinosa composta da migliaia di uova che in un paio di settimane si sarebbero schiuse, lasciando il posto a innumerevoli girini.

Lascio il lago alla mia destra e salgo l’ultima gobba di neve. Tutt’attorno è una ragnatela di vene d’acqua che emettono un borbottio soffocato. Nei punti in cui il terreno emerge, il piede affonda, facendo affiorare l’acqua del disgelo. Il lago Chamen, con la sua superficie di 19.750 metri quadrati, si può ancora solo intuire, una fascia azzurro quarzo ne segna il perimetro, tutto il resto è ancora avvolto in un bianco latte opalescente. Mi siedo su un masso che sporge, ultimo baluardo asciutto.
Mi domando per quanto tempo potrò ancora assistere a questa metamorfosi del paesaggio e se mio figlio da grande potrà godere anche lui di questi momenti. Sin da piccolo ha sempre accompagnato me e suo papà in montagna, ed è grazie a lui se ho iniziato a vedere le meraviglie del mondo delle piccole cose e a scoprire come il più delle volte alcune delle opere più sublimi della natura siano quelle in miniatura. Mi ha accompagnato in una sorta di disgelo visivo con il suo entusiasmo e il suo desiderio di conoscenza, mostrandomi con occhi nuovi i paesaggi vicini.
Prima di lui, la mia vita in montagna era tutta una tensione alle vette, con quell’approccio un po’ arrogante di conquista che spesso anima gli alpinisti.
Con lui ho reimparato ad usare i mei sensi, esattamente come scrive Rachel Carson nel libro Brevi lezioni di meraviglia – Elogio della natura per genitori e figli: «Esplorare la natura con vostro figlio significa principalmente diventare ricettivi verso ciò che vi circonda. Significa imparare di nuovo ad usare gli occhi, le orecchie, le narici e i polpastrelli, riattivando i canali delle percezioni sensoriali in disuso».
Ora le cime più alte e i ghiacciai li guardo dal basso, senza rimpianto, solo con quell’affetto che si può provare per un vecchio caro amico. E anche col dispiacere nel cuore di fronte al senso di impotenza nel vederli, anno dopo anno, trasformarsi così rapidamente e in maniera irreversibile.
Credo che sia la mia personale versione di solastalgia, un neologismo coniato nel 2003 dal filosofo australiano Glenn Albrecht, che nasce dalla combinazione della parola latina solacium (conforto) e della radice greca –algia (dolore). È un tipo di nostalgia di casa o malinconia che si manifesta quando ci si trova in un ambiente familiare che sta subendo mutamenti repentini e assolutamente negativi e tali trasformazioni esulano totalmente dal nostro controllo.
Forse è anche per questo motivo che ogni anno in primavera salgo fin qui, al capezzale di questa valletta in fusione, temendo ogni volta che sia il mio ultimo disgelo.
Clara
Nota: per le informazioni relative all’ultima fase glaciale ho fatto riferimento alla pagina “Sezione Naturalistica e Culturale” del sito Varasc.it, che a sua volta rimanda agli scritti degli studiosi Umberto Monterin e Federico Sacco. http://www.varasc.it/getpage.aspx?id=17&sez=8