Dietro alla baita ci sono due boschi.
Due mondi completamente diversi.
A est c’è un bosco di giovani larici tutti coetanei. Qui, una volta, mi sono inginocchiata accanto ad un tronco tagliato, le mani e gli occhi rapiti a contarne gli anelli di accrescimento. Cinquantasette.

C’è un senso di ordine che tradisce l’artificialità del posto. A questo si aggiungono larghi sentieri, ben curati e segnalati, che poco spazio lasciano all’immaginazione e al senso di avventura di chi li percorre. Pur non apprezzandoli, ne comprendo il valore e l’utilità, soprattutto per chi deve raggiungere gli alpeggi ancora più in alto e che oggi può farlo con minor fatica.

A ovest c’è l’altro bosco. Arruffato, misterioso, fuori traccia.
C’è chi dice sia pauroso, ma forse è solo la paura di chi si è disabituato al vero. La convivenza di larici, abeti bianchi, abeti rossi, e altre specie in minor misura, rivela l’autenticità di questo luogo ancora selvaggio.

Ho imparato a conoscerlo poco alla volta. Il libro “Arboreto selvatico” di Mario Rigoni Stern mi ha fatto da guida. In questo bosco, seduta su un sasso ricoperto di muschio e licheni, ho letto con commozione i racconti dedicati al larice, all’abete, al pino e alle altre piante che l’autore aveva nel suo brolo e nella sua terra.
È stato così che, pian piano, ho iniziato ad alzare lo sguardo e vedere il mondo che mi circondava con una luce e una consapevolezza nuove.
È qui dove mi reco più spesso. Ci vado a raccogliere i legnetti che uso per accendere il camino. C’è un senso dimenticato di soddisfazione nel poter rispondere ad un bisogno primario, come quello di scaldarsi, attingendo direttamente da ciò che la natura offre gratuitamente.
È qui che mi sono resa conto di quanta distanza avessi ormai posto tra me e quella relazione simbiotica con il mondo naturale che stavo cercando di ricostruire. Mi ci sono voluti mesi prima di non sentirmi più una ladra nel compiere quello che per secoli è stato un gesto spontaneo e necessario.
Spesso mi reco qui senza uno scopo preciso, un pò come quando si va a trovare un caro vecchio amico solo per il piacere della sua compagnia. Vago nel bosco perdendo la cognizione del tempo ed esplorando i suoi innumerevoli mondi nascosti: le grotte, quasi prive di luce con le volte di rami intrecciati, i passaggi stretti e gli improvvisi spiazzi, giaciglio di caprioli.
Sono istanti di pura felicità che non immaginavo neppure di provare con tale intensità, cieca com’ero di posti del genere.
Sono momenti in cui dentro di me avviene una sorta di disgelo emotivo.
Luoghi così hanno un potere taumaturgico. Purtroppo però sono sempre più rari.
Se penso alle conseguenze della scomparsa di questi ambienti, che conservano ancora intatta parte della loro essenza selvaggia, mi rendo conto che rischiamo di perdere qualcosa di importante.
Rischiamo di perdere
“ogni possibilità seppur transitoria di riflettere e riposare, completamente impegnati in una corsa a testa bassa nella nostra vita da termiti tecnologiche, nell’impavido “Mondo Nuovo” di un ambiente completamente controllato dall’uomo”
Così scriveva Wallace Stegner nel 1960.
Così si può scrivere ancora oggi.
A presto
C.
