Questo racconto inizia anni fa quando, durante una passeggiata lungo un tracciato ormai battuto solo in estate da qualche vacher, mi fermai a sostare presso un alpeggio non più in uso.
Qui, sul lato corto della costruzione, trovai ammassate travi di legno lasciate marcire sopra una lamiera arrugginita. In quel groviglio abbandonato di sfumature brune e cineree, qualcosa catturò la mia attenzione.
Mi accostai e sollevai alcuni travetti, che si sbriciolarono al contatto sprigionando un odore di bosco umido. Sotto vi era una vecchia palina di quelle che si usano per segnare i sentieri. La porzione metallica a bandiera era piegata in onde, come mossa da un vento invisibile che l’aveva cristallizzata in quell’eterno sventolio. Sulla sua superficie, scurita dal tempo e dalle intemperie, si potevano ancora intravvedere, come in un negativo fotografico, i bordi di una scritta più chiara.
Quello che lessi risvegliò nella mia mente un’eco lontana che mi avrebbe portata a scoprire le voci e le storie che popolano una valle selvaggia e le sue antiche vie.
Mi lascio alle spalle un ponticello di legno, cucitura tra due mondi. Da qui in avanti si abbandona l’Antropocene e ci si incammina verso un tempo non più registrato da orologi e agende fitte di appuntamenti, ma scandito solo dal ritmo del proprio respiro e dai tempi della valle e delle sue creature.
La dimensione della valle è spesso sottovalutata, lo riconosce anche Robert Macfarlane che scrive: «Siamo abituati all’idea che calotte glaciali e montagne possano catturare la mente o sedurre l’immaginazione. Meno documentata, invece, è la capacità che anche le valli detengono di plasmare e scuotere il nostro pensiero. Dei molti generi di valle – forre, canaloni, gole, calanchi – quelle che esercitano l’influsso di gran lunga più potente sono i cosiddetti «santuari»: intendo quelle depressioni del territorio protette su ogni lato da alture o dall’acqua. I santuari hanno il fascino dei mondi perduti o dei giardini segreti. Nel viaggiatore che vi accede – varcando un passo su un crinale e vedendo il terreno ai suoi piedi abbassarsi di colpo – suscitano il brivido».
Ed era un vero santuario quello in cui mi stavo apprestando ad entrare, sbarrato a Ovest da un salto di quasi duecento metri che terminava nel solco stretto del torrente Courtaud per poi risalire verso le ripide pareti del Monte Croce, e dei più arretrati Grand Tournalin e Monte Roisetta, chiuso a Sud da un colle senza nome alla quota di 2.346 metri sul livello del mare, a Est dal Palon di Tzère e a Nord dal Colle Superiore delle Cime Bianche.
Sono proprio loro, le tre Cime Bianche, a dare il nome al vallone. L’ultimo vallone selvaggio dell’Alta Val d’Ayas.
Proseguo dritto lasciandomi sulla destra un ripiano alluvionale incantevole, una bolla naturale sospesa, chiusa tra le rocce del vallone di Tzère e il cordone morenico dell’antico ghiacciaio di Verra. Penso all’importanza di saper leggere il paesaggio, per non limitarsi ad attraversare i luoghi in una marcia cieca, ma riuscire a creare una connessione con ciò che ci circonda. Un camminare diverso, più lento forse, ma più ricettivo e arricchente, capace di accendere un tipo di conoscenza che va oltre la semplice cognizione di sé stessi e del mondo esterno.
Saluto i prati zuppi di acqua, lascerò che i miei piedi vi affondino al ritorno a chiusura del percorso ad anello.
Mio figlio di sei anni è già corso avanti, lo vedo che sta frugando con lo sguardo tra il sottobosco che ci accompagnerà per un breve tratto. Sorrido tra me e me, so cosa sta cercando di ritrovare. Ogni anno, in un punto un po’ appartato e discosto dal sentiero, una macchia di fragoline di bosco ripropone il suo dono fatto di piccoli rubini saporiti, nascosti sotto foglie rugiadose. Noi abbiamo un patto: mai raccogliere più della metà di quello che ci viene offerto. All’inizio il suo entusiasmo di bambino era frustrato da questa limitazione, ma crescendo ne ha compreso il senso. Ha capito che la relazione tra piante ed esseri umani deve essere equilibrata e che prendere troppo, tutto, non è corretto per chi arriverà dopo di noi e soprattutto per chi in quei luoghi ci vive e si nutre. Oggi è lui per primo che, con le mani e i baffi rossi di fragoline di bosco, di lamponi o di mirtilli, mi dice: «Questi li lascio alla volpe», oppure: «Questi li lascio al capriolo», indicando i frutti non colti.
Lo vedo mentre esce dal sentiero puntando sicuro la base di un vecchio tronco, a volte mi chiedo se non abbia una mappa mentale che gli permetta di individuare, con estrema precisione, tutti i punti in cui ha registrato i suoi tesori. Non servono parole, basta vedere il suo sguardo per capire che anche quest’anno l’emozione si è rinnovata e che quella macchiolina di foglie trilobate, di un verde più intenso delle altre, ha condiviso ancora una volta con noi i suoi dolci doni.
Rinfrancati più dalla soddisfazione complice di serbare per noi questo angolino segreto che dalla consistenza della piccola merenda, riprendiamo a salire all’ombra fresca e balsamica di larici e abeti. Sbuchiamo su un ampio pianoro che sale dolcemente verso nord, qui si apre una meravigliosa balconata verso la bastionata rocciosa che si innalza dal sottostante e nascosto Ru Courtaud. Questa straordinaria opera idraulica, realizzata tra il 1393 e il 1433, si sviluppa per oltre venti chilometri fino al Col de Joux, a dispetto del proprio nome, che in francese identifica una persona piuttosto corta di statura e tarchiata.

Ci troviamo nella Comba d’Aventine. Tutto il paesaggio qui parla una lingua dimenticata, solo avvicinandosi in punta di piedi, con rispetto e con una mente curiosa e il cuore aperto ci può essere concesso il privilegio di comprenderla. Si potranno allora ascoltare storie che narrano di antichi oceani perduti, di primi insediamenti da parte di popolazioni Walser arrivate fin qui dal Vallese tra il XII e il XIII secolo, di carovane con muli e cavalli che trasportavano il vino valdostano ma anche vasi in pietra ollare, sale, stoffe di lana e riso, in cambio di montoni e ovini. Sembra di vederli ancora, contadini divenuti per necessità e opportunità someggiatori ed esperti di vino, da cui probabilmente la parola sommelier, che percorrono questa valle con i loro preziosi carichi. Quello che oggi è un sentiero battuto solo da qualche escursionista, in passato era stata una via talmente praticata che, in tutta la cartografia e nelle relative relazioni del XVI secolo, era indicata con il nome di Krämerthal, cioè Valle dei Mercanti, un “chemin muletier internationale” come la definisce l’Abbé Henry.
Tra queste combe si è scritta la storia del periodo d’oro che per almeno due secoli, dall’inizio del ‘300 fino alla fine del ‘400, ha reso Ayas, un villaggio alla testata di una valle alpina chiusa dai ghiacciai, un centro commerciale di estrema importanza, un passaggio fondamentale per i collegamenti e gli scambi tra il Vallese, la Valle d’Aosta e la Pianura Padana, una via privilegiata che attraverso le valli di Valtournenche, di Ayas e di Gressoney conduceva a Novara e nel Milanese.
Il passato ricco e fiorente di Ayas è stato tale da meritarle un posto d’onore su diverse carte geografiche che riproducono l’intera Italia: una delle prime è stata realizzata nel 1570 da un grande cartografo cinquecentesco, il piemontese Giacomo Gastaldi. Qui Ayas si ritrova citata con il nome di Aiazo e lo stesso compare anche su un’altra carta geografica del 1598 realizzata da Giacomo Porro in cui, nel Nord-Ovest dell’Italia, Aiazo viene segnalata insieme a poche altre città quali Milano, Vercelli, Torino, mentre Aosta non è neppure riportata.
Ora nulla lungo il nostro percorso ricorda in modo esplicito l’antico nome della Krämerthal, a eccezione di una vecchia palina divelta, e ormai sbiadita, abbandonata accanto a un’alpe in disuso. Ci sono tuttavia segni gelosamente conservati dal territorio, alcuni già rinvenuti, ma sicuramente tanti altri ancora da scoprire, che ci raccontano di questa via e dei suoi traffici. Al Colle Superiore delle Cime Bianche esistono ancora delle tracce del vecchio selciato percorso dai mercanti, mentre poco più avanti rispetto a dove ci troviamo noi, nel 2007 sono state accidentalmente scoperte due incisioni su una pietra ollare affiorante dai prati. L’incisione maggiore, di circa 40×35 cm, è costituita da un reticolato geometrico con inscritto un ottagono che si intuisce tra le macchie di licheni. Accanto si trova un’altra incisione più piccola: si tratta di un quadrato suddiviso in sedici quadratini e solcato da tre diagonali che ricorderebbe un alquerque. L’alquerque (o quirkat) è un antichissimo gioco da tavola, antenato della dama e originario del Medio Oriente. Mondi lontani che si incontrano, una fitta ragnatela di vie in cui avvengono movimenti di merci e di idee. Nel Cinquecento, presso il Fondaco dei Tedeschi a Venezia, mercanti di origine centro-europea commerciavano con mercanti arabi in spezie, tessuti e altre merci pregiate, esattamente quelle che erano trattate anche dai mercanti Walser. Ed è proprio sui ripiani e sulle colonne restaurate del Fondaco dei Tedeschi che otto disegni di alquerque incontrano il simbolo Walser della “croce ad angolo” (Winkelkreuz), un’incisione che ricorda il numero 4 e la runa di Odino, identificato dai Romani con il dio Mercurio, protettore dei mercanti.
Proseguiamo lungo un torrente, una delle tante forme in cui l’acqua disegna il paesaggio del vallone e dal quale è a sua volta disegnata. Qui si materializza in un nastro di argento lucente per effetto dei granelli di mica che dal letto rifrangono la luce del sole. L’acqua si illumina di bagliori fuggevoli e tremolii palpitanti, i sassi che emergono sono tutti orlati di luce. C’è un profondo senso di pace che si irradia da questo corso d’acqua e sembra posarsi sui prati e sulle rocce circostanti, chi è immerso in questo paesaggio non può rimanerne indifferente. Il suono ruscellante, che accompagna lo scorrere dell’acqua, invita a una sosta. Mi volto per proporlo a mio figlio, ma è già seduto per terra che armeggia con i lacci dello scarponcino sinistro, il piede destro, nudo, affondato nell’erba. Torno un po’ bambina anch’io, mi levo le scarpe e le calze ed entro nell’acqua gelida, il freddo si fa strada con una fitta di dolore che sfuma lentamente in piacere. Iniziamo a raccogliere pietre e a impilarle in equilibrio nel mezzo del torrente. Non ricordo come sia nato questo gioco, diventato subito una muta consuetudine, quello che è assodato è che abbiamo ormai acquisito una certa pratica, riuscendo a costruire ometti dalla stabilità improbabile, che invece si mantengono nel tempo come piccole opere di land art e che spesso ritroviamo dopo svariati mesi. Mi piace la complicità che scaturisce dai nostri gesti anche se non mancano rimbrotti a chi fa crollare la costruzione, insomma non esattamente lo spirito zen che ci si potrebbe immaginare, ma anche questo fa parte del gioco di equilibrio, non quello tra le pietre, ma il nostro, quello tra una madre e un figlio.
Rimettiamo gli scarponcini e riprendiamo a salire. Lasciamo alle nostre spalle i ruderi dell’Alpe Ventina, il cui utilizzo sembra essere attestato già in epoca Walser e ora è perpetrato da una famiglia di codirossi. La roccia sulla destra colpita dal sole emana un bagliore quasi accecante, come una lastra di peltro, anche il sentiero è disseminato di scaglie luminose. È ciò che rimane degli antichi fanghi dell’oceano perduto la cui genesi viene descritta dal geologo Francesco Prinetti che, a proposito di questo tratto, scrive: «il sentiero si fa d’un tratto polveroso e luccicante, mentre alcune pietre sui lati mostrano cristallini scuri in rilievo come una grattugia. 150 milioni di anni fa uno spruzzo di fango oceanico (argilla, calcare) si è insinuato fra le colate di magma basaltico, poi è sprofondato in subduzione come tutto il resto della placca oceanica. Ne è uscito con mica ferrifera di alta pressione che brilla sul sentiero, e con granati a volte limpidi che occhieggiano sui sassi».

Ancora una volta ci troviamo a dover abbandonare i tempi a cui siamo abituati e provare a ragionare in termini di ere geologiche ed ere glaciali. Tutto il vallone è un archivio a cielo aperto, così unico nel suo genere da aver meritato e continuare a meritare l’attenzione di diversi studiosi e geologi tra cui il celebre professor Giorgio Vittorio Dal Piaz. Professore ordinario presso l’università di Padova, socio di diverse istituzioni scientifiche nazionali, fra cui l’Accademia dei Lincei e l’Accademia delle Scienze di Torino, nonché presidente della Società Geologica Italiana nel biennio 1983-1984, negli anni ’90 Dal Piaz fece un appello per la costituzione del vallone delle Cime Bianche a “Parco dell’Oceano Perduto”. Nel 1990 affermava: «Ancor più che negli aspetti biologici, già al massimo livello scientifico e d’interesse turistico, l’eccellenza del vallone è legata alla sua eccezionale natura geologica».
L’eccezionalità risiede nel fatto che stiamo attraversando ciò che resta di un antico mare tropicale, parte dell’oceano della Tetide, che è stato chiuso e sollevato a seguito del lento scontro tra la placca europea e quella africana. Il fondo oceanico, ora riconoscibile dalle ofioliti verdi che si trovano in abbondanza, fu innalzato per oltre 3000 metri di quota e trascinò con sé le isole coralline che punteggiavano quell’antico mare. Queste sovrapposizioni materiche e cromatiche vengono descritte anche nel libro La terra degli Challant. Genti e paesi della Comunità montana dell’Evançon di Saverio Favre e Daniela Vicquéry in cui si legge che «All’interno della “zona delle pietre verdi” è presente una fascia di rocce calcareo-dolomitiche di età mesozoica, simili alle piattaforme carbonatiche attuali (tipo Bahamas) e alle Dolomiti».
Con un ultimo strappo sbuchiamo in un regno intricato, solcato da rigagnoli ambrati e sprofondato in verdi avvallamenti e torbiere. Ed eccole, là in fondo, la Gran Sometta a settentrione, il Bec Carrè in posizione centrale e la Pointe Sud. A vederle emergere così bianche sembra un’allucinazione. Il loro colore chiaro è dato dagli affioramenti calcarei risalenti al Triassico che risaltano sui calcescisiti e sulle rocce ofiolitiche circostanti, costituendo la naturale conclusione della fascia che ha accompagnato fin qui il nostro sguardo lungo la dorsale Tournalin-Roisetta.

Il paesaggio si compone davanti ai nostri occhi come una quinta teatrale: le praterie alpine punteggiate di fiori e torbiere, le elevazioni erbose, la nuda roccia screziata da infinite venature e cicatrici lasciate dal ghiaccio in ritiro, il bianco abbagliante della Gobba di Rollin contro il turchese del cielo. Una sequenza capace di disorientare, di creare un senso di vertiginosa perdita di scala in chi vi si trova immerso. Ogni volta che arrivo in questo punto ho bisogno di fermarmi, di assimilare il paesaggio e recuperare l’equilibrio annichilito del mio posto nel mondo. Mio figlio invece reagisce in maniera opposta, inizia a correre in tutte le direzioni, lui è parte del paesaggio e il paesaggio è parte di lui. Lo vedo che si inginocchia ad annusare il tenue profumo di cioccolato e vaniglia dei fiori di Nigritella nigra, una piccola orchidea dal colore bruno porpora, che qui cresce numerosa insieme a una miriade di campanule viola e piccoli fiorellini bianchi. Si rialza, corre verso una macchia gialla di asteracee, allunga un dito a far da ponte tra i petali e la sua mano per un piccolo coleottero simile ad una coccinella, ma dal corpo più allungato e dal colore un po’ sbiadito. Entrambi si studiano per un po’, poi lo riposa tra i fiori e riprende la sua corsa. Si lancia verso la frattura che si apre lungo la Comba d’Aventine, atterrando sulla torbiera che si srotola ai piedi dei resti dell’Alpe Varda. Salta da un acquitrino all’altro schizzandosi di acqua dorata e fango, supera umidi crepacci ricchi di vita facendosi strada tra il dedalo di ruscelli e i bianchi ciuffi di erioforo. Si guarda attorno, un puntino blu che spicca sullo sfondo verde, come una genziana in un prato.

Prima di raggiungermi, si arrampica su una roccia di serpentinite spruzzata di licheni color lime e mandarino e inizia a scandagliare l’aria e le pieghe delle rocce con il binocolo premuto sugli occhi. A un tratto si ferma, abbassa le lenti, le riporta agli occhi, le riabbassa di nuovo. Si gira verso di me e gesticolando muto mi fa segno di avvicinarmi. Lascio cadere lo zaino su alcuni sassi stuccati da cuscinetti di Silene exscapa e lo raggiungo sul suo pulpito di pietra. Mi passa il binocolo, gli occhi verdi che brillano come ofioliti bagnate di pioggia, mi indica dove guardare. Là ad est, al confine tra due mondi fatti uno di erba e l’altro di roccia, tre stambecchi ci stanno osservando dal loro regno scorniciato. La loro presenza silenziosa ci ricorda che noi qui siamo ospiti e ci ritroviamo istintivamente a parlare a bassa voce, come in un luogo sacro.


Gli stambecchi non sono gli unici animali ad aver fatto del vallone la propria dimora, tra i mammiferi troviamo anche il camoscio, l’ermellino, la lepre e la marmotta. Nidificano inoltre diversi uccelli, quali la coturnice, l’aquila reale, la pernice bianca, il gallo forcello, il fringuello alpino e il culbianco. Se si è fortunati è possibile anche avvistare il gheppio, il cuculo e l’averla, che con la sua inconfondibile mascherina nera sugli occhi se ne sta di vedetta tra cespugli spinosi che costituiscono la sua dispensa di cibo. Se trovate una cavalletta infilzata in una spina non può che essere opera sua.

Non è un caso che il vallone con la sua geologia, flora e fauna sia diventato sul finire del Settecento un immenso laboratorio culturale, in cui confluirono scienziati, geologi e naturalisti spinti dal desiderio “illuminista” di svelare i segreti di quei paesaggi, l’origine dei fossili, la nascita dei corsi d’acqua e la genesi dei ghiacciai. I quattro volumi dei Voyage dans les Alpes (1779-1996) del naturalista svizzero Horace-Bénedict de Saussure sono una delle opere fondanti della geologia e al contempo costituiscono uno dei primi esempi della letteratura di esplorazione. È proprio nel primo volume in cui de Saussure descrive il suo passaggio attraverso il vallone: «En trois petites heures de marche, depuis le Breuil, nous arrivâàmes au haut du col des Cimes-Blanches, autrement dit: Fenètre d’Aventines (que l’on me dit dans le précèdent voyage se nommer le Pian Tendre). Ces sommités séparent la paroisse d’Ayas de celle de ValTornanche. De là, en tirant à gauche ou au nordest, on peut venir dans une heure sous la montée du chàteau, qui est au-dessous de l’entrée du glacier, et de là, en une heure ou une heure et demie, a Saint-Théodule; c’est la route que prennent ceux qui d’Ayas vont à ZerMatt dans le Valais».
Seguiranno i viaggiatori romantici che inizieranno a guardare questo territorio con occhi diversi e una nuova sensibilità e lo ritrarranno in taccuini di viaggio arricchiti da schizzi o minuziose incisioni alpestri. Tra questi lo scrittore e alpinista Arthur Malkin (1803-1888) che il 9 agosto 1840 descrive esattamente il percorso fatto da noi nel suo diario, la scrittrice Jane H. Freshfield (1814-1901), l’irlandese John Ball (1818-1889), primo presidente dell’Alpine Club, il tedesco Karl Baedeker (1801-1859), fondatore della casa editrice delle note e omonime guide turistiche, lo scrittore e drammaturgo Giuseppe Giacosa (1847-1906) che ha utilizzato il vallone come sfondo per alcune sue novelle.
Non si sottraggono alla descrizione del vallone nemmeno uomini di montagna che qui erano di casa e che sono entrati nella storia dell’alpinismo, come Giovanni Gnifetti, Georges Carrel e l’Abbé Gorret, che trascorse ventun anni, dal 1884 al 1905 come rettore di Saint Jacques des Allemands, il borgo da cui siamo partiti.
Nutro un particolare affetto per l’Abbè Gorret, sarà per il suo carattere anticonformista che lo portava a odiare i compromessi e le ingiustizie o sarà per il suo essere uno spirito libero, «un montanaro che pensava da intellettuale e un intellettuale che agiva da montanaro» come scrive Enrico Camanni, probabilmente la mia simpatia deriva da entrambe le cose. Essere un uomo di fede non gli impedì di scalare le montagne e di amarle fino all’ultimo giorno di vita, volendole proteggere dalle ombre scure che iniziavano già a comparire all’orizzonte, quelle di un approccio frettoloso, superficiale e consumistico della montagna, che Gorret rappresentò nella dicotomia tra il turista e il viaggiatore: «I turisti partono con il treno più diretto e vanno al gran galoppo fino ai piedi delle montagne; per strada non vedono niente, perché non possono perdere tempo. […] Un viaggiatore che parta per la montagna lo fa perché cerca la montagna, e credo che rimarrebbe assai contrariato se vi ritrovasse la città che ha appena lasciato. […] Il vero viaggiatore si distingue a occhio […] dalla regolarità del passo e dal calcolo riflessivo e coraggioso dei rischi di un’escursione o di una scalata. Il turista novellino, invece, […] per il panico o la vanitosa imprudenza davanti al pericolo».
Morì il 4 novembre del 1907, ormai privato della parola da un ictus, ma ancora animato a battersi per la dignità dei suoi fratelli montanari e la conservazione delle sue montagne: «Maledizione! Patatras a tutti i miei vecchi entusiasmi!! Mi hanno informato di un progetto di cremagliera sul Monte Cervino. Orrore! La scienza si è inaridita fino al punto di distruggere, uccidendo la bellezza e la poesia? Orrore!». L’Abbè Gorret aveva anticipato di oltre un secolo i temi, ancora oggi dibattuti, del turismo alpino e della conservazione del patrimonio storico, naturale e culturale degli ambienti di montagna.
Mi chiedo cosa penserebbe oggi del progetto di collegamento funiviario che minaccia il vallone delle Cime Bianche e che, se realizzato, devasterebbe per sempre l’anima identitaria di questo ultimo baluardo selvaggio ricco di storia. Il baratto che ne conseguirebbe avrebbe un costo naturale, oltre che economico, incalcolabile e lascerebbe in eredità a chi verrà dopo di noi il più grande comprensorio sciistico d’Europa, nonché terzo al mondo, omologato dalle regole del mercato ad uso e consumo di un’idea di turismo ormai desueta e irrealizzabile per effetto dei cambiamenti climatici. Per realizzarlo occorrerebbe un massiccio disboscamento, là dove l’ombra di vecchi larici permette ora un sottobosco ricco di piccoli e succosi tesori, le praterie che abbiamo attraversato sarebbero stravolte dalle opere di sbancamento e costruzione dei piloni, buona parte delle zone umide verrebbe cancellata e il regime delle acque superficiali modificato per sempre. Dove ci troviamo noi ad osservare gli stambecchi dovrebbe sorgere addirittura una stazione intermedia. Non ci sarebbe più spazio per loro, i naturali abitanti di questo vallone, ma solo per piste destinate a camion e fuoristrada, rocce frantumate, parti di macchinari lasciate arrugginire ai bordi delle carrabili e pezzi di plastica che affiorano tra nuvole di polvere. L’effetto sarebbe quello di una rumorosa cava di sabbia, non più quello di un quieto giardino segreto. Non sono lugubri visioni immaginarie, ma scenari aberranti che in alcune zone sono già oggi realtà, basti percorrere in estate le piste di sci di Cervinia o le strade che portano al Bettaforca.
Parliamo di questo mentre siamo seduti ai piedi dell’Alpe Varda a mangiare un pezzo di cioccolato. Mio figlio mi ascolta, gli occhi che scorrono increduli il paesaggio, mi domando cosa stia pensando. Rimaniamo per un po’ fermi e in silenzio sulle pietre dove un tempo era posta la guardia sanitaria, quando giungevano notizie di epidemie nel Vallese. Solo dopo diverso tempo riesce a dar voce ai suoi pensieri: «Mamma, ma perché vogliono fare questo?». Le domande dei bambini sono sempre così limpide e dirette ed è spesso difficile trovare una spiegazione ai loro dubbi che non faccia sprofondare nella vergogna noi adulti. Gli rispondo con l’unica semplice verità che credo sia comprensibile anche ad un bambino di sei anni: «Per denaro». In realtà non deve essere così comprensibile, perché aggrotta la fronte e continua a guardare nel punto dove prima si trovavano i tre stambecchi. Senza voltarsi mi dice: «Ma cosa se ne fanno del denaro, se hanno già tutto questo gratis». Lo abbraccio, ci sentiamo piccoli quaggiù, piccoli e uniti.
Rimettiamo gli zaini in spalla e continuiamo verso nord, ma questa volta abbandoniamo il sentiero e usciamo fuori traccia. Il terreno si fa spugnoso, ad ogni passo il piede affonda e risale acqua bruna tra bollicine d’aria. Cerchiamo cuscinetti di muschio che sorreggano il nostro esplorare, tra il percorrere e il pensare, come canta Van De Sfroos. Il ritmo della canzone inizia ad affacciarsi e mi ritrovo a canticchiarla sottovoce, è una ballata con chitarra acustica e tamburello, i miei passi accompagnano la cadenza di un’invocazione che sembra essere evocata da uno sciamano. Mi accorgo che anche mio figlio sta stornellando qualcosa, credo abbia a che fare con un ladro gentiluomo, le parole in inglese vengono storpiate in buffi suoni. Ha messo da parte il velo cupo che prima lo aveva adombrato ed è tornato felice del suo vivere qui e ora.
Arriviamo fino all’Alpe Mase, gli occhi non riescono a contenere tutta la bellezza di questo luogo. Sullo sfondo verde brillante di soffici gobbe erbose spicca chiaro l’edificio. Ricorda il disegno di un bambino, l’archetipo di casa con la sua facciata bianca di calce illuminata dal sole, le aperture simmetriche e il tetto in lose a due spioventi. I fianchi, in pietra a vista, sono punteggiati di licheni arancioni e si confondono con le rocce che vi si appoggiano, creando un piccolo anfratto a monte. Da lontano sembra una stella cometa di pietra posatasi sul prato, la chioma formata dalle rocce che dal pendio scendono e terminano sul fianco dell’edificio, nucleo cometario.


Siamo gli unici essere umani, ma non ci sentiamo soli, ovunque sono presenti tracce che parlano di un passato più o meno remoto. Come scriveva Nan Shepherd nella sua meravigliosa opera La montagna vivente “Ci si sente in compagnia, se pur non nel tempo”. Su una roccia piatta, vicino all’entrata della baita, si deve essere sdraiato uno stambecco o un camoscio a beneficiare del calore assorbito dalla pietra, ciuffi di pelo color champagne sono sparsi tra mucchietti di palline nere. Lungo un rivolo di acqua, impresse nel terreno umido, ci sono impronte di diversi ungulati che proseguono fino al bordo di una conca a catino. Immergo la mano nell’acqua fredda, la luce radente del sole e il fondale luminoso, smosso da grosse rane dagli occhi cerchiati di giallo, illuminano la mia pelle donandole la lucentezza di un tesoro antico. I riflessi cangianti e l’effetto lente dell’acqua trasformano la mia mano, non la riconosco più. Ora le dita sono quelle grosse e deformate di un cavatore di pietra ollare che lavorava nelle cave qui vicine. I resti di frammenti lavorati al tornio e blocchi conici non torniti si possono ancora rintracciare numerosi nel vallone, memorie di pietra che sopravvivono al loro creatore. Il baluginio del sole sull’acqua imprime losanghe di luce sulla mia mano che ora è quella ruvida e graffiata di un mercante che cerca di placare la sete di un lungo viaggio. L’immagine viene risucchiata via dalle dita da anelli d’acqua orlati di luce che si sono formati a seguito del tuffo di una piccola rana con il dorso dorato. Al suo posto si ricompone un palmo chiaro. Le dita lunghe e ansiose di uno scienziato settecentesco, in cerca dell’origine del fuoco argentato che anima il fondale, sfumano in una mano affusolata di un letterato o un artista intento a lavare via macchie di inchiostro secco. Antiche vie, antiche storie che si sovrappongono come strati geologici e che continuano a vivere in questa pozza di acqua e nel paesaggio. Infinite narrazioni si schiudono dalle pieghe delle rocce, dalla vita degli abitanti di questo vallone e ci restituiscono uno dei capitoli più affascinanti dell’incontro tra l’uomo e i luoghi selvaggi. Queste storie potranno continuare il loro incomparabile narrare solo se preservate dall’avido e feroce sbranamento operato dall’uomo, che lascerebbe dietro di sé un territorio come tanti altri, povero e desolato.
Il tocco di piccole dita riporta la mia mano al presente. In quelle piccole dita, che frugano l’acqua, c’è tutta la speranza del futuro.
Clara
Referenze e letture consigliate
Libri
- Enrico Camanni. Cieli di pietra. La vera storia di Amé Gorret. Vivalda Editori, 1997.
- Annamaria Gremmo, Marco Soggetto. L’ ultimo vallone selvaggio. In difesa delle cime bianche. Con prefazioni di Alessandro Gogna e Francesco Sisiti, 2019. Libro fotografico.
Siti e pagine web
- www.varasc.it (in particolare pagina dedicata al Vallone delle Cime Bianche http://www.varasc.it/getpage.aspx?id=4219)
- https://www.ayastrekking.it/intro.php
- https://www.lovecimebianche.it/
- https://andarpersassi.it/il-vallone-delloceano-perduto/#content
- Articolo: Valle di pastori, tornitori, mercanti e scienziati (il Vallone delle Cime Bianche) di Marica Forcellini (pubblicato su Montagne Valdôtaines n. 140, 141 e 142)
Documentari
Rodolfo Soncini Sessa, Guido Sagramoso. Ayas e la scomparsa della Krämerthal. https://youtu.be/mCV2D_GQAqM