E’ da tempo che vorrei condividere alcuni libri che mi hanno accompagnato in questi anni di trasformazione personale e di riavvicinamento al mondo naturale, essendone in parte anche gli artefici. Così eccomi qui a presentarvi alcune delle letture che occupano un posto d’onore non solo nella mia libreria, ma anche nella mia vita e nel mio cuore.
Se devo partire da uno, non ho dubbi su quale questo sia. Ci sono libri che ti chiamano, li incontri sulla tua strada nelle occasioni più svariate e impensabili e ti senti attratto come una calamita da loro. Non ne capisci subito il motivo, non è la copertina ad attirare la tua attenzione, non è neppure il titolo, è qualcos’altro che non riesci a comprendere razionalmente. Così è stato per me con “La montagna vivente” di Nan Shepherd.

The Guardian lo ha definito “Il libro più bello sulla natura e il paesaggio che sia mai stato scritto”.
Sono assolutamente d’accordo su questo ma, secondo me, è qualcosa di molto di più. La sua prosa va oltre la descrizione minuta e accorata della natura e del paesaggio, va a toccare gli aspetti più intimi del legame che un essere umano può intessere con l’ambiente naturale circostante, con quelli che la Shepherd chiama gli “elementali”.
E’ un volume di appena 30.000 parole scritto durante gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale e pubblicato senza grande clamore solo nel 1977. In quegli anni l’attenzione verso la letteratura di viaggio e di paesaggio era tutta rivolta a nomi divenuti ben più famosi, quali Chatwin, Fermor, Matthiessen, per citarne alcuni. Fu così che il capolavoro della Shephard passò in sordina e fu presto dimenticato.
Ponte alle Grazie lo ha ripubblicato nel 2018. Proprio nel momento della mia vita in cui più avevo bisogno di recuperare un’innocenza perduta, uno sguardo nuovo, un rinnovato contatto con la natura più consapevole e genuino. Leggerlo è stato una boccata d’aria fresca. Ho provato una gioia e un’emozione incredibili nel poter ritrovare il mio vero essere all’interno delle parole di Nan, poter riprendere a vedere il mondo naturale che mi circondava come fosse un risveglio di coscienza.
Difficilissimo descrivere questo libro, per me direi impossibile. Lo faccio allora con le parole di Robert Macfarlane che ne ha scritto l’introduzione:
“Definire La montagna vivente è straordinariamente difficile. Una poesia celebrativa in prosa? Una ricerca geografico-poetica? Un peana dedicato a un luogo? Un’indagine filosofica sulla natura della conoscenza? Un miscuglio metafisico di presbiterianismo e Tao? Nessuna di tali definizioni lo descrive nella sua interezza, sebbene il libro sia, in parte, tutte queste cose.”
Ma, forse, è proprio la definizione che ne dà la stessa Shephard, che rispecchia secondo me la vera essenza di questo scritto: un traffico d’amore, quell’amore perseguito con entusiasmo che è una delle strade che conducono alla conoscenza.
Sono debitrice a questo libro più di quanto io possa razionalmente immaginare e lo sono ancora di più perché la sua introduzione mi ha fatto scoprire un altro autore immenso. Robert Macfarlane.
Ho letto diversi sui libri. Le antiche vie, Luoghi selvaggi, Montagne della mente e Underland, quest’ultimo non ancora tradotto in italiano. Capolavori. A uno di questi sono particolarmente affezionata.
Il titolo completo è Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste. La citazione con cui si apre questo libro ne rappresenta anche la sua perfetta sintesi: “Ero solo uscito a fare due passi, ma alla fine decisi di restare fuori fino al tramonto, perché uscire, come avevo scoperto, in realtà voleva dire entrare.” (John Muir)

Il libro racconta le esperienze dell’autore nella ricerca di quella che viene chiamata, col termine anglosassone, wilderness, una natura selvaggia non ancora contaminata dalla presenza dell’uomo. Per far ciò intraprende, come dice il titolo, un percorso a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste.
Macfarlane associa ad una vasta cultura accademica una passione profonda e travolgente per l’esplorazione e l’alpinismo. La sua scrittura è colta, senza mai essere stucchevole, ricca di riferimenti illuminanti e si accompagna ad una spiccata sensibilità personale che ho apprezzato moltissimo.
In un certo senso, questo libro ha rappresentato per me la naturale prosecuzione de “La montagna vivente”.
Se pur con un’estensione esplorativa geograficamente più ampia rispetto a quella condotta da Nan Shepherd sul massiccio dei Cairngorms, l’approdo finale di Macfarlane è risultato il medesimo: la consapevolezza che accompagna la riscoperta della natura selvaggia vicino a noi, “non scorporata dalla vita umana, ma inaspettatamente presente attorno e dentro di essa”.
Un percorso appassionante e formativo che richiama alla fine le parole del poeta T.S. Eliot
Noi non cesseremo l’esplorazione,
e la fine di tutto il nostro esplorare
sarà giungere là onde partimmo
e conoscere quel posto per la prima volta.
Tutti i libri di Macfarlane si schiudono come una matrioska e contengono al proprio interno decine, centinaia di altri libri, inducendo un appetito letterario vorace difficile da saziare in un’unica vita.
Come non correre in libreria a cercare Barry Lopez oppure Roger Deakin o ancora J.A. Baker e Tim Robinson.
Barry Lopez mi ha incantato con il suo libro Sogni Artici. Un libro impegnativo dove il vissuto dell’autore e delle sue esplorazioni nell’Artico si accompagnano a profonde riflessioni sulla natura dell’uomo e sulla sua capacità di comprendere mondi estremi.

Quei mondi che sono dominati dai ghiacci, da creature (gli iceberg) che sembrano “assolutamente silenziose, poco ortodosse e prodigiose”, da fenomeni (le aurore) che “evocano facilmente sentimenti di ammirazione stupita e di tenerezza”, e il cui effetto più straordinario “è quello di attrarre l’osservatore quasi al di fuori e al di sopra di se stesso, perché conferiscono al cielo una terza dimensione di scala tanto immensa e di tanta bellezza da rendere impossibile l’autocommiseramento”.
Sarà il mio amore per il Nord, sarà l’esperienza personale che ho vissuto alle isole Svalbard, di cui questo libro mi ha riportato alla mente frammenti di suggestioni e paesaggi, ma è stata una lettura affascinante.
Un fascino che deriva non solo dalle esperienze narrate e dai paesaggi descritti, ma anche dalla capacità dell’autore di accompagnare il lettore verso un approccio alla scoperta di tipo scientifico intriso di geografia, antropologia e storia naturale. Questi momenti di approfondimento si inseriscono in modo naturale e non appesantiscono eccessivamente la lettura, bensì amplificano il senso di meraviglia verso ciò che viene descritto.
Per ora vi lascio con questi libri, che magari vi possono accompagnare nelle letture estive. Ce ne sono anche altri, forse meno noti, che occupano un posto speciale nel mio cuore e spero di riuscire presto a parlarvi anche di loro.
Per ora… buone letture!
C.