È una mattina d’inverno.
Nelle mani stringo un mazzo di chiavi a cui è attaccata una piccola grolla in legno.
L’aria pungente e leggera pizzica il naso e ha la brillantezza della neve che copre le montagne e i boschi circostanti. La baita mi accoglie nella sua austera bellezza di pietra e legno. Spalanco una porta rimasta chiusa per anni. I vecchi proprietari non salivano più quassù da tempo.
Il profumo di camino, che si spande dalle volute di fumo di un comignolo lontano, mi arriva alle narici. È un profumo che respiro con l’avidità di chi ha vissuto troppo tempo in apnea e che la mia mente subito contrappone al puzzo soffocante del diesel che mi sono lasciata alle spalle.
Il silenzio è pressoché assoluto e, nella sua trasparenza, è rotto solo dalla risata argentina di mio figlio che si sta già rotolando nella neve.
Sorrido.
Il mio corpo finalmente si rilassa. Mi dico che come inizio non è male, che è quello di cui ho bisogno, di cui abbiamo bisogno.
Non so bene cosa stia cercando da questo luogo e da me stessa. Forse di dare una nuova forma alla mia immaginazione. Forse di sfuggire a quelle malattie dell’anima e a quelle infelicità che altro non sono se non la complicata conseguenza della distanza che sempre di più poniamo, o viene imposta, tra noi e il mondo naturale.
Averne la consapevolezza è il primo passo.
Riavvicinarsi alla semplicità e alla natura può essere la via per respirare di nuovo e restituirci a noi stessi.
Io ci voglio provare.
A presto.
C.
